Pubblicato da: gennarogrieco | febbraio 22, 2009

Da: Vicino alle nubi sulla montagna crollata – 1

vicinonubifr Mi sono infine procurato, attraverso IBS, una copia dell’antologia Vicino alle nubi sulla montagna crollata, uscita già da diversi mesi, per i tipi di Campanotto Editore, alla quale avevo al tempo dedicato un post qui.

Pur restando quasi del tutto scettico sui destini della poesia (e della letteratura tutta) in questo Paese ormai deflagrato e perso (in una interminabile deriva), dove tutto si misura in termini di disperazione ovvero di puro narcisismo, di sfrenato esibizionismo e (per converso) di insano voyeurismo; pur restando quasi del tutto scettico sugli esiti di strumenti come questo, e cioè il blog (e in generale di un web attraversato da una sesquipedale forma di masochismo di massa: vedi, per dire, l’inquietante fenomeno di una coglionata come Facebook), vedrò ogni tanto di postare, estrapolati dalla suddetta antologia, alcuni testi. Sarà, se non altro, un mio personale omaggio ad autori che comunque considero.

E mi pare doveroso cominciare con le poesie dei due curatori dell’antologia: Enrico Cerquiglini e Luca Ariano.

 

Piangi, madre mia, di nascosto, anche quando sei primavera e t’inghirlandi

i crini, libellula di festa in festa. Hai ferite che nascondi, ulcere riaperte

dal vibrare di questo treno che dissimuli con sorrisi che a ben guardare

hanno la stessa radice dell’urlo. Cerchi di tenerci attorno a te, come pigolìo

di stelle e a volte sei fiera di noi figli che goffamente amiamo

o goffamente ci stupiamo di esserci. Sei bella madre, anche nel dolore

ed abilmente nascondi le ferite che ti hanno offesa, le sonde che ti penetrano

il ventre, i prelievi di sangue sempre più frequenti, le ustioni su tutto

il corpo. Sei bella e qualcuno ti crede eterna fanciulla, vergine ignuda,

giovane donna da possedere, da violare, da rendere schiava d’inammissibili

desideri… Sai sopportarci con quell’amore che tutto mosse, privandoti

della salute, mortificata nell’aspetto, pallida e febbricitante. Hai mille

quotidiane gravidanze da portare a termine ed altrettanti figli da seguire

in funerale: riso e pianto, nascita e ritorno, affetto e angoscia

muovono il tuo seno in palpiti ritmati, ma non sai spiegarti

perché nel tuo ventre s’è creato tanto male, né darti pace per dei figli,

allevati con sublime affetto, che armati di odio contro te, contro fratelli,

infieriscono, quasi assoldati da un potere ascoso che asserve e nega.

Rubano le tue lacrime da vendere in bottiglie, succhiano il tuo sangue

per nutrirsene, scavano le tue viscere per un banchetto infame, depilano

il tuo pube, le tue ascelle, la tua testa per riti a te ignari, ti privano del sudore,

devastano i tuoi seni per avere latte in polvere di facile digeribilità,

incidono il tuo corpo con bulini dolorosi, scavano come scabbia

gallerie dolorose per giochi che stenti a capire… “E sono miei figli”

– sussurri al vento – “sporchi, avidi, incattiviti, magari assassini…

ma sono i miei figli…” Lo ripeti spesso crollando un po’ il capo, tremando

per siringhe di prelievi diuturni che ti lasciano stremata e vuota

di forze. Senti che un liquido di fuoco ti percorre, che la tua fronte

scotta, che la tua pelle levigata si desquama, avverti continui brividi

e mille bisturi incidono neoplastiche formazioni e biopsie ripetute

scoprono insospettate malattie. Senti che non potrai a lungo sostenere

l’assedio del male e la stanchezza ti predispone alla morte, a lasciarci

orfani col rimorso stampato in fronte, orfani in odore di matricidio.

 

Enrico Cequiglini, inedito

 

***

 

Un lungo viale di tigli accanto al naviglio

– quando il Paesone non era un dormitorio –

profumava la primavera mentre passavi davanti alla finestra

in attesa d’un cenno;

oggi solo una balaustra di metallo e odore di fogna,

d’hinterland e la Metropoli a due passi.

Sbocciano le torri dell’Innominato in quartieri

di plastica dove macchie verdi si seccano di calce:

si scavano resti di civiltà, una foto e poi ricoprire

di parcheggi e appartamenti vuoti.

Il professor Emilio prenderà una camera

in affitto “buongiorno

e buonasera” nel cigolio d’orgasmi a ore.

Se vai dall’architetto con le tre buste

e pesca quella giusta vinci il tuo appalto e lui ingrassa

sgasando il suo jeeppone e sbattendo sorrisi di vetro.

In quella piazza fanno il loro gioco:

abbassi gli occhi ma una stretta di mano non si nega

tu che cerchi un posto più forte del tuo verso.

I muratori pranzavano sulla rotonda all’ultimo sole

sognando una lampada

da tronista e ora nel freddo un cicchino di Gazza.

– È arrivata la nebbia nei Borghi – dicevano

che non c’era più e non sai che regali fare per Natale,

come al povero Andrea che suo padre ogni anno

regala un cofanetto nuovo di Rino Gaetano.

 

Luca Ariano, inedito

 

vicinonubiret

-/-/-

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