Pubblicato da: gennarogrieco | dicembre 21, 2008

Albino Grieco, L’albero della vita

alberi1L’ALBERO DELLA VITA

di Albino Grieco

Quando si schiantò non c’era l’ombra di un testimone. Proprio nessuno. Anche se…
Anche se poi in effetti circolarono delle voci. E figùrati! Si sa com’è la gente. Ognuno vuol partecipare, quando si tratta di chiacchiere, ognuno vuole dire la sua. Ma niente di serio, è chiaro. Soprattutto, nulla di scientificamente apprezzabile. Solo fanfaluche, solo pacchiane ipotesi in bocca al mucchio dei sapientoni di turno.
Si diceva dei suoi tanti anni, per esempio. Quanti anni! E che nella sua lunga vita avesse dispensato ombra a bestie, viandanti e briganti. Ah, quell’albero! Giusto un centinaio di branche, un’impalcatura di legno e di bionde fronde piantato nella fossa di Seria, sorgente amica che per secoli aveva alimentato le sue fondamenta. Era lì, una cinquantina di passi buoni dal ciglio della strada che conduce alla Fonte San Giglio.
Era nato nel Bosco Grande Derricelle da una ceppaia madre, madre di tanti virgulti. Due di questi, senz’altro i più vigorosi, dopo alcuni decenni si erano consociati e insieme elevati al cielo. Unica anima! Quante stagioni secche e umide, insieme; quante stagioni fredde e calde, insieme. Quante stagioni! Insieme.
Per secoli la sua enorme chioma aveva vezzeggiato piccoli alberi e maestosi arbusti. Per anni, alla sua corte, s’erano avvicendati svigoriti, carpini e carpinelle, aceri e sanguinelle, loppi, noccioli e cornioli. Sambuchi, peri e ciliegi. E ancora, più in basso, rovi e rose, biancospini e straccia brache. Invano aveva tentato di sedurlo l’edera in cerca di un appiglio. Invano, tanta era la sua mole maestosa. Maestosa, sì. A tal punto da meritarsi l’appellativo di Quercia dei Centorami.
E mai un toponimo fu così appropriato.
La vigorosa, la rustica, la longeva quercia dai sessanta lustri, aveva a lungo mostrato un profilo alto.
La chioma densa, d’estate, era un tripudio di foglie verdeggianti, lunghe e irregolari. Foglie vellutate e al contempo aspre al tatto. Foglie che d’autunno viravano al giallo.
Era bello, ma proprio bello quell’albero, l’albero della vita!
L’unico difetto che gli si potesse imputare, era di non essere stato capace di plasmare un bel fusto colonnare, degno di un alto fusto.
Ma che colpa poteva mai avere se la sorte l’aveva segnato dalla nascita? No, non era nato dal seme che dà vita all’albero, il seme della vita. Non dalla mitica ghianda stretta e ovale, bruno rossastra finemente striata, custodita dalla singolare cupola dalle lunghe squame arricciate. Non dal seme, l’alimento per la vita, l’achenio tannico e amarognolo appetito dalle scrofe e dalle bestie, non da quella ghianda seconda solo a quella grande e dolce della Castagnara, così dolce e saporita da essere contesa a pastori e boscaioli.
No, era nata, invece, da un ceppo un tempo tagliato di netto.
Ma era bello, proprio bello l’albero della vita!
Tanto era bello e maestoso che non poteva passare inosservato. E venne infatti inserito nell’elenco dei taxa protetti della flora lucana, faceva parte del gruppo degli alberi padri e, ancora di più, registrato fra gli alberi monumentali d’Italia.
Misurava oltre cinque metri di circonferenza, la vetusta quercia. E le fronde più giovani della chioma raggiungevano i quaranta di altezza.
Dopo la notorietà, alcune copertine degne di una celebrità e poi niente. Più niente.

La verità? Ma proprio la verità? Era stanco di vivere… Eppure aveva radici ben salde, radici possenti capaci di prosciugare le falde!
Era sopravvissuto ai tremori innati di una terra ballerina. Era scampato alla morte delle bombe della prima e della seconda guerra. E, prima ancora, alle scuri affilate dei boscaioli bramosi di facili guadagni, all’inganno dell’industria del fuoco…
Ma era stanco, stanco.
E ne aveva viste di cose. Oramai…
Chissà, può essere che abbia voluto disperatamente morire per dare seguito al ciclo della vita, che si sia lasciato andare convinto che dalla sedimentazione delle sue rovine potesse spuntare una nuova vita. Ah, l’eterno ciclo! In fondo, in fondo era così che era nato, che si era trovato ad abbracciare il cielo, a penetrare il mondo…
E ne aveva viste di cose, oramai…

Gli feci visita solo qualche mese prima, d’inverno. Agli occhi di mia figlia, poco più di tre anni, un’inezia di vita nei confronti del suo lungo corso, apparve immenso. Incredula ed estasiata, quel tesoro di bimba, muta come mai al cospetto di così tanta bellezza!
Fu l’ultima volta che lo vidi. E quel giorno non era in forma. Sentiva il male, mostrava fiaccato gli indelebili segni della malattia. Maledetta carie che lo stava svuotando piano piano, silenziosamente! I funghi a mensola, segno inequivocabile del malessere, si accanivano sempre più sul tronco martoriato, si moltiplicavano inesorabili lungo le grosse branche. Che scorza però aveva, dura scorza!
Mi chiesi per quanto tempo ne potesse ancora avere. E provai a dirlo a qualcuno, che stava male. Ma figùrati!, come predicare nel deserto. Sono tutti presi, oggigiorno, tutti che hanno fretta. Non ti ascolta nessuno. “Ma, insomma, che si faccia qualcosa, almeno ripulirle la chioma dalle branche secche e putride!”, provai a proporre, a protestare, anche con forza. Macché, niente. Il deserto. Nessuno che ti stia a sentire, oggigiorno.

Cadde un po’ più tardi, in primavera, quando il peso delle sue stesse foglie, ultime e giovani foglie, lo costrinse a cedere improvvisamente sul suo stesso peso. Che peccato!
E non casuale, forse, l’dea di farla finita alle prime ombre di un giorno ventoso di primavera, quando anche il pastore, che quotidianamente mirava devoto la sua chioma, era con ogni probabilità intento ad ascoltare le prime notizie certe dell’ultimo voto, dell’ultimo atto di un altro memorabile schianto…
Nessun testimone, dunque. Possiamo solo figurarci un colpo sordo, il lamento strozzato di un tuono. E a trovarlo, all’alba del nuovo giorno, a trovarlo ormai mucchio informe, fu proprio il fido pastore. Fu lui a darmene notizia.
Maledettissimo giorno! Era dunque accaduto ciò che temevo.
Mi recai sul luogo l’indomani, di buon mattino. Una tristezza, quella vista! Era riverso, squarciato nel mezzo, quasi a voler separare le due distinte anime primigene. Del grande cerro consociato, insomma, dopo l’impatto solo un ammasso informe di macerie lignee aggrovigliate. Vecchio e malato com’era, si era sbriciolato in tanti cubetti di legno inconsistenti. Parte del vecchio tronco, squarciato dal peso dell’esistenza, capitozzato, giaceva senza vita, ignorato. Mentre invece la parte più sana era già preda delle lame rotanti nelle mani di sconsiderati pronti a non lasciare traccia della sua esistenza. Quante volte già in passato avrebbero voluto tagliarlo, quelle mani vigliacche!

Segno della vita: raccontano gli anelli sfibrati segnati dallo schianto.
Senso della vita: affidato all’unico pezzo, rimasto miracolosamente intatto, ritrovato a qualche metro dal centro di massa; l’unico pezzo di legno ancora vigoroso riportava incise queste semplici parole:
Bella la vita.

(La storia qui raccontata è la storia di una fine. Una fine che per intanto resta solo sulla carta. Pura immaginazione, certo. Però… L’albero della vita, la Quercia dei Centorami, è per nostra fortuna ancora in vita e che Dio la benedica! Ma, che si tratti di uomini o di alberi, è sempre una questione di cura: da qui necessariamente passa il tentativo di incidere sul tempo che ci è dato).

(Da: AA.VV., Alberi.Antologia di racconti, Regione Basilicata – Dipartimento Ambiente, Territorio, Politiche della Sostenibilità, Potenza, 2008, pp. 80, Distribuzione gratuita)

Qualche giorno fa, ritirando la corrispondenza, mi sono ritrovato un plico contenente la pubblicazione di cui sopra. Si tratta dell’antologia dei 10 racconti vincitori del concorso “Alberi”, indetto dalla Regione Basilicata. Figuratevi la sorpresa nell’appurare, fra i nomi dei dieci bravi autori, quello di mio fratello Albino, alla sua prima esperienza in materia. Ben fatto, fratellino!

Con questo post si conclude la stagione 2008.

Auguri a tutti e arrivederci al prossimo anno.

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