Pubblicato da: gennarogrieco | luglio 22, 2008

Notevole saggio di Alfredo Rienzi sulla mia opera poetica

Alfredo Rienzi, 2003

ALFREDO RIENZI

 

 

La voce sul mondo: i trent’anni di poesia di Gennaro Grieco

 

 

Gennaro Grieco, nato a Rionero in Vulture nel 1953 si è trasferito nel 1973 nel torinese, dove ha pubblicato tra il 1991 e il 2004 sei raccolte poetiche in lingua ed una nel dialetto d’origine (Lu cunt’ r’ lu frat’, del 2003).

La Collana Autori Moderni della Genesi Editrice, storica casa editrice di poesia di Torino, riunisce ora nel corposo volume Apprendimento di cose utili (2007) le raccolte in lingua, organizzandole, come precisa lo stesso autore nella Nota a fondo (p. 351) non come una raccolta antologica o «raccolta delle raccolte», ma come «primo consuntivo» del proprio diario poetico. Per fare ciò le quattro raccolte più recenti vengono riproposte in versione integrale e nel loro ordine cronologico di stesura, indipendentemente dalla data di pubblicazione; le prime due sono state invece sostanziosamente potate e salvate, «con un criterio affettivo prima ancora che estetico», in una ultima sezione in coda al volume intitolata, con onesta consapevolezza, Carte di apprendistato.

 

Per percorrere la vicenda poetica di Grieco, è, tuttavia, opportuno ribaltare il palinsesto di Apprendimento di cose utili, ripristinando i tempi originali di scrittura.

 

I.

 

Quanto recuperato dalla raccolta d’esordio, I percorsi del sentimento, del 1991, ha valore prevalente documentativo, con testi che vanno dagli esordi del 1971 al 1990.

Come detto, Grieco, con la maturità attuale, premette che si tratta di un lavoro di apprendistato e non posso non condividere questo giudizio.

Ma a fianco delle ovvie acerbità («acché»), di aggettivazioni talora ridondanti o di maniera («sangue innocente», «odore acre»), della presenza di varianti e sperimentazioni strofiche e stilistiche, in specie anaforiche (Sogno dell’ultimo dell’anno, Essere, Due occhi tra le mani, ecc.), nel complesso poco efficaci, già compaiono in embrione alcuni tratti interessanti della poesia del poeta potentino. In particolare un ancora indistinto (o inespresso) e spigoloso impulso etico ed il muoversi del «vento in faccia» della ribellione sociale («No. Io no. Io ritornerò a volare/ …/ e non ci sarà cacciatore/ che mi tarperà le ali»), la presenza, prima reale e poi mnemonica, dei luoghi natii (presenza che mai abbandonerà la scrittura del poeta emigrato: «mai si spezzerà il filo che a te mi lega», scriverà in seguito), e quella preziosa ed efficace propensione creativa e immaginifica che caratterizzerà le migliori rappresentazioni degli anni successivi: «Sulla scalinata di un’antica chiesa sconsacrata/ un giovane contadino/ come un lucertola alla controra» (p. 292). Parole che non «ricamano/ spirali di fumo» ma che da subito cercano superfici ruvide. Il titolo stesso è coniugato con vigore e nulla concede alla mellifluità di tanti resoconti diaristici, infatti il “sentimento” è piantato nella poetica di Grieco come «vera spina dorsale».

Lo Specchio, che chiude la selezione di questa prima raccolta edita (p. 309), lancia quella che sembra la sfida, già chiara, da affrontare con la propria scrittura: «È che voglio spendere quel che mi resta/ in un lessico men che ordinario/ alzando e poi abbassando il tono/ degli sguardi e delle allusioni/ […] datemi poesia!».

 

Grieco colloca Suggèsto, raccolta composta tra il 1990 ed il 1991, ancora tra le Carte di apprendistato, nonostante la contiguità cronologica e stilemica con le raccolte successive. Il suggèsto è il pulpito dell’oratore, il luogo rialzato del tribuno: non a caso l’epigrafe cita il noto discorso che J. F. Kennedy tenne all’Amherst College il 26 ottobre 1963, poco prima del suo assassinio: «Quando il potere spinge l’uomo all’arroganza la poesia gli ricorda i suoi limiti. […] Quando il potere corrompe, la poesia purifica». Quasi un manifesto della poetica che Grieco intende realizzare. Qui, infatti, emerge, con tutta la sua energia, la vis oratoria del poeta e, in tutta la sua chiarezza, la valenza politica della sua poesia, tra «braccianti di Terra di Puglia», «fabbriche dismesse», «fede rivoluzionaria». Il sottotitolo della raccolta Tagliamo i fili dei burattini, rimanda al testo eponimo, dove si incendia il moto di ribellione, dove si esalta l’invettiva e la protesta dell’umile «burattino», portavoce archetipale dell’uomo non libero, incatenato e soggiogato, di cui la storia non scritta è popolata, e subdola categoria dell’uomo contemporaneo libero solo illusoriamente. L’impero sovietico si è appena avviato alla disgregazione post-comunista, con discusso legame di causa-effetto anche in Italia si sta per abbattere sulla Prima Repubblica un’onda distruttiva e trasformatrice (così si credeva, allora!), le bandiere sono «scolorite» e Grieco, tra squarci memoriali, abbracci familiari, riflessioni quasi epigrammatiche, arringa con enfasi: «armiamoci: tagliamo i fili dei burattini!/ Armiamoci, signori,/ affiliamo che siano taglienti i nostri pensieri». Armi del pensiero e della parola, ovviamente, ma utilizzate con ardore che lo stesso autore avrà, forse, in seguito ritenuto eccessivo. Un convinto e convincente sdegno impregna i testi di maggiore impegno civile, con invettive senza mezzi termini, con lessico quasi cavalleresco (donchisciottesco, direbbe il nostro): «codardia», «vigliaccamente», «soldo guasto dei mercenari», «ladri». Non è il caso di sottolineare come anche (e soprattutto) l’intento oratorio tenda fisiologicamente ad avvalersi di un costrutto anaforico. Più che le dichiarazioni intenzionali e, si passi il termine, ideologiche, mi piace evidenziare quel più o meno sottile e consapevole gioco di contrasti che si disegna tra i diversi tasselli della raccolta. In particolare tra il «nero» (Tonalità di nero…, p. 312) o il «buio» (sono bui «i boschi» a p. 314, «le strade» a p. 316, «le piazze» a p. 318) e l’accendersi di «coriandoli di carta colorata» e dello «splendore di paesaggi» della Lucania. Di questa «fortificante corrispondenza degli opposti», così denotata da Sandro Gros-Pietro nell’ampia Prefazione, ci dà conto lo stesso autore in un bel distico di Fuggono, a p. 348: «Fuggono// da immagini di poesia che ho affisso per dar luce/ alle pareti annerite dai fumi delle bestemmie».

 

L’opera di Grieco, secondo le dichiarazioni dello stesso autore, si centra e impernia sulle raccolte composte nel breve periodo del “sacro furore”, tra il 1992 ed il 1995, che vengono collocate in apertura di Apprendimento di cose utili, in ordine cronologico di scrittura e non di edizione. È significativo che oltre i tre quarti della produzione di un trentennio qui riproposta sia racchiusa in una così breve stagione. Questo dato meriterà una breve riflessione, che svilupperò però solo al termine del presente saggio, dopo avere quindi esaminato la poetica di questo periodo e prima di un cenno alle Poesie inedite.

 

Tra i testi di Il Viaggio Virtuale, scritti nel 1992-1993 ed editi nel 1997, quelli di Rivus Niger e scritture bastarde, del 1992, pubblicati nel 1994, e quelli delle raccolte La vocazione e le idee e Le Trentadue Ottave, scritte entrambe nel biennio 1994-95, ma edite l’una nel 1995 e l’altra nel 2004, esiste indubbiamente un’importante unitarietà stilistica, una comune tensione compositiva, una cifra comune e riconoscibile, ma si ravvisano anche numerosi segni del fine lavoro registico e progettuale del poeta lucano. Solo per limitarsi ad alcuni elementi volutamente superficiali, quindi più immediatamente caratterizzanti e verificabili, si notino i titoli sistematicamente compositi e spesso sottotitolati, di Il Viaggio Virtuale – ad esempio: Per la storia che avrebbe arriso al re (Belviso Stanco, o della fissa dimora) – a fronte di quelli tutti essenziali di La vocazione e le idee e di Le trentadue Ottave (Il dio, La miseria, La ombra, La alba – con tanto di articoli non apostrofati – etc.); si consideri la struttura poematica di Rivus Niger e quella prosastica o anarchico-logorroica delle scritture bastarde a confronto del controllo formale di Le Trentadue Ottave. Queste semplici e didascaliche osservazioni permettono però, fin d’ora, di affermare chiaramente che Grieco non è solo quel poeta passionale, impegnato, idealista che la maggior parte delle critiche ci rimanda, ma è anche estremamente consapevole e attento, fino al limite della maniacalità, all’aspetto formale e stilistico del componimento, all’architettura della raccolta e – dato a mio parere saliente – alla cura del lessico. Non a caso «richiede una misura dello scarto/ questa smania di mostrare parole/ e un varco, un margine di prospettiva» (p.123).

 

In Il Viaggio Virtuale, due sono gli elementi stilistici salienti: l’endecasillabo e le reiterazioni.

Merita riportare le acute osservazioni di Gianmario Lucini(1) che evidenzia come l’autore utilizzi nelle prime composizioni (Carte di apprendistato) di preferenza l’endecasillabo in sé compiuto, con rare cesure ed enjambementes, elemento che a una lettura (recitata e non mentale) dei testi, conferisce al ritmo un andamento solenne, un respiro polmonare misurato e regolare. Lucini coglie chiaramente come il verso cambi profondamente negli anni ’90, «più intrecciato di rimandi e allusioni, più nervoso, non alieno da sperimentalismi e ricerca, persino ludolinguismo e poesia figurativa (nella poesia Il Natale, del 1994). Un artista che proprio nel verso mostra la portata della sua crisi che invero non è mancanza di ispirazione o densità di contenuto (anzi!) ma soprattutto irrequietezza: dal verso quasi classico delle prime poesie al verso pieno di sorprese ma sempre denso di senso, oppure totalmente libero e colloquiale (quasi da un estremo all’altro) degli ultimi lavori».

I meccanismi reiterativi che Grieco mette in atto, prevalentemente anafore versiche ed ancor più strofiche (più rari polisindeti, epifore ed anadiplosi), proseguono una scelta già annotata per Carte di apprendistato, e si esprimono spesso già dalla scelta del titolo, spesso anticipatore di un verso-chiave del testo o parte di esso (es. Ovvio inventario della contingenza, p. 43). In maniera più complessa che nei primi testi, la repetitio in Il Viaggio Virtuale è generalmente meno declamatoria e più riflessiva, quasi a fungere da sostegno all’esplorazione ed al pensiero che passo passo il poeta compie e narra: si veda, ad esempio, l’«io che qui canto e scrivo» di Ma forse anche per anarchie di cuori (p. 60) e, tra le più lievi, la prima strofa di Persin facile il gioco alla mestizia: «Sulla pietra, da quella stessa pietra/ sedimento di altre vite e già in posa,/ dalla pietra di solito comincia/ il passo stentato che porta resa.// Sulla pietra…», (p. 86).

Ancora si deve notare come in questa raccolta i testi spesso lunghi, il verseggiare fecondo, nutrano e si nutrano anche di grumi di elencazioni e accumulazioni. Caso esemplare e dichiarato è il componimento Cos’è l’anima in cui non ho creduto (p. 52), che ci annuncia il proposito elencatorio col sottotitolo Per l’utile inventario (che occhieggia al titolo del volume in esame), ma si vedano anche testi quali Questa notte è metafora di morte (p. 106) e l’allitteratoria e a tratti ludolinguistica Un grigio presagio nel pomeriggio (p. 109).

 

Come ci ricorda lo stesso autore nella Nota finale, le prose poetiche confluite in Il Viaggio Virtuale (1997), facevano originariamente parte di Rivus Niger e scritture bastarde e ritengo che questa fosse la collocazione più congrua e consona, non aggiungendo molto alla già composita architettura di Il Viaggio Virtuale, anzi venendo in qualche modo messe in ombra dalla ricchezza linguistica e di contenuti qui rappresentati.

In effetti, Rivus Niger e scritture bastarde costituisce, con il suo poemetto ciclico Rivus niger, dedicato ai luoghi natii (appunto Rio-nero in Vulture), con la sua “scrittura estemporanea” Logorrea, vero e proprio raptus scribendi – quantomeno nella finzione nella pagina – e con le citate prose poetiche, una prominenza atipica nel corpo poetico di Grieco, ma non a questo estraneo. Infatti, in Rivus Niger, vengono impiantati i primi semi di quella esperienza dialettale che darà pieni frutti un decennio dopo con Lu cunt’ r’ lu frat’, del 2003, e che testimonia il radicamento con la propria terra e tradizione che è una delle sinopie della sua poetica. E di Logorrea (sono convinto che molti dei testi di Grieco siano in fondo nati con lo stesso irrefrenabile impulso alla parola, salvo poi passare alla cesoia ed alla lima…) è significativo il gustoso episodio dell’autore che, lavorando di vocabolario, scopre in adiacenza a «prosopopea» un termine entomologico che lo attrae e lo interessa, «prospaltella»: scena, quella dello scrittore che lavora sul dizionario, qui addirittura esplicitata, che descrive bene il costante e stretto rapporto tra l’impulso oratorio e la cura lessicale esercitata.

 

Se, dunque, l’unicum di Rivus Niger è singolare diramazione, il tronco ben radicato della poetica dell’artista lucano è costituito, oltre che da Il Viaggio Virtuale, l’opera forse più rappresentativa, dalle due raccolte gemelle, La vocazione e le idee e Le Trentadue Ottave, che – scritte nello stesso periodo – hanno subito la strana sorte di vedere la luce a quasi dieci anni di distanza e che in Apprendimento di cose utili si riavvicinano anche fisicamente nel volume.

Il perché di questa differente collocazione delle due raccolte nella vicenda letteraria di Grieco può suggerire una personale interpretazione, in parziale contraddizione con lo stesso autore, che nella nota introduttiva della raccolta edita nel 2004 parla di «seconda metà dell’ottantina di poesie» scritte nel 1994-1995, mentre, fatte vere le datazioni dei testi pubblicati, il criterio di demarcazione non sembra essere quello strettamente cronologico. Io ipotizzo che l’artista abbia preferito dare alla luce dapprima i testi più vicini al filone espressivo di quegli anni, dominato da un verso energico e mobile, declamato a voce alta, civilmente impegnato e di forte impegno ideologico. Così i testi di La vocazione e le idee, più vari e articolati, con un ventaglio che va da folgori di ispirazione ungarettiana (Il tempo, componimento monofrastico: «Ognuno in attesa») a testi epigrammatici (Il conto, La misura, Il capolinea, La politica) fino a testi in centrato, perfino di tipo figurativo (Il Natale, a forma d’albero), cavalcarono la più pressante urgenza espressiva del momento, seguiti dopo un biennio da Il Viaggio Virtuale. È questa la stagione creativa dove meglio calza la descrizione dell’«originalissimo linguaggio» di Grieco ottimamente confezionata da Sandro Gros-Pietro nella Prefazione ad Apprendimento di cose utili: «[linguaggio] che è una elaborazione attenta, studiata a tavolino e pazientemente limata, vagliata e verificata, di improvvisazioni lessicali costruite ad arte, un succedersi di neologismi con barbarismi e con arcaismi, in modo da suscitare la sensazione di una parola polifonica e pluriespressiva, vicina all’idioma del dialogo […], sconfinante nell’improvvisazione del parlato e capace di alternare e di produrre in sé modi di dire totalmente diversificati e inopinati», dove «il nostro poeta si esprime sempre e comunque per forme scelte, sovente confinanti con il puntiglio della ricerca e della raffinatezza».

Potrebbe essere accaduto, quindi, che i testi di Le Trentadue Ottave, dove, secondo Sandro Montalto(2) si «raggiunge un equilibrio efficace tra forma composta e contenuto esplosivo» e viene fatta «la scelta giusta di appellarsi a una forma tradizionale così presente negli occhi e nelle orecchie del lettore italiano» dovettero aspettare per trovare luce, peraltro in edizione fuori commercio, fino al 2004, lontano dalla fase dell’impeto creativo della prima metà degli anni Novanta e dopo averle, inoltre, lasciate «per intanto decantare un paio di anni, attraverso un sito amico, nell’inaudito contenitore del web», ossia su Poiein, come scrive lo stesso Grieco nell’introduzione al volume.(3)

Si riscontra, dunque, che alla scelta stilistica di Le Trentadue Ottave (si tratta per l’esattezza di quattro sezioni di dieci testi l’una, di cui otto sono ottave, di varia metrica, ed altri due testi) non abbia corrisposto, come vedremo, una sostanziale variazione dei contenuti, ma essenzialmente una differente energia comunicativa, una modulazione del messaggio, che pur non facendosi aliena agli stilemi complessivi del poeta lucano, se ne discosta quel tanto che è stato sufficiente a creare uno iato tra epoca della scrittura e della pubblicazione, dopo – precisa l’autore nella sincera nota introduttiva, citando il conterraneo Rocco Scotellaro – essersi distratto al bivio, tra dire e tacere.(3)

 

II.

 

Esaminata, con la inevitabile superficialità che si può realisticamente dedicare ad un’opera così estesa, la “buccia” del frutto poetico di Grieco, proviamo – anche con l’utile ricorso ad alcuni supporti bibliografici – a descriverne meglio i gusti della polpa (tanto per non lasciare tutte le metafore al poeta…).

«Un libro di poesia è sempre un diario, e l’intera opera di un autore, per quanto vasta e articolata, in fondo non è altro che un unico, grande diario»: così afferma l’autore di Apprendimento di cose utili tra le sue Note conclusive al volume (p. 351). Ho molti dubbi che sia sempre così, ma ho altrettanta certezza che quanto asserito dal poeta d’adozione torinese sia spesso vero e, nel suo caso specifico, assolutamente calzante, con tanto di luoghi, tempi e perfino datazioni in piena luce.

Così diventa quasi banale ritrovare e rimarcare, nella rappresentazione poetica di Gennaro Grieco, i riflessi e le immagini in piena luce, degli snodi essenziali della propria vicenda biografica ed umana. Per quanto “il tempo della scrittura” si concentri, come visto, in un decennio scarso, le ere biografiche trovano preciso riscontro, sia nei pochi testi salvati del periodo “dell’apprendistato”, sia, soprattutto, nei molti richiami e rimandi che l’autore inserisce nello svolgersi della sua opera. Egli dissemina, quindi, i grani della sua giovinezza nella terra natia, i vigorosi echi della figura paterna, quelli morbidi e addolciti della vita familiare, diffonde il sapore crudo del lavoro di fabbrica, traccia i giorni dell’impegno sociale e dell’attivismo politico con tutti i qui-ed-ora chiamati per luogo-e-data o elevati a metafora universale.

Ma, più che sulla mera ricostruzione, attraverso le testimonianze versali, delle vicende biografiche e delle correlate modulazioni emozionali o degli incisi speculativi (il tutto fisiologicamente largo nei tempi, molteplice nelle occasioni poetiche e nei modi della scrittura), la lettura di Apprendimento di cose utili invita, attrae, quasi costringe a seguire il solco tracciato con chiara consapevolezza sul versante etico del dire, sul valore morale e perfino politico della poesia. Ovviamente le circostanze biografiche sono determinante necessario – ma non sufficiente ex se – per l’evoluzione del pensiero e dell’oggetto poetico.

In ogni caso, ovunque indirizzi lo sguardo e la punta della penna, Grieco lo fa ponendo al primo posto, comunque, l’attenzione alla parola, sia che prevalga l’istanza descrittiva o il tono dialogico, sia che si inoltri nella domanda, nella riflessione. Non c’è mai modo, leggendo i versi più maturi del poeta, di perdere di vista la timbrica forte del dire e del significare. Generalmente qualche citazione aiuta a rimandare al lettore il senso più immediato di quello che il critico esprime in concetti descrittivi e tale esercizio segue di regola una scelta, una cernita, una giustificata selezione. Bene, in Apprendimento di cose utili ho trovato veramente difficile ed inutile selezionare versi per esprimere questa densità di parola e di senso. Si può scegliere praticamente ad occhi chiusi:

«Il silenzio che si abbrevia sul muro,/ che si adagia, si accovaccia, si posa,/ è coltre di ritegno sulle canee,/ è l’ombra stucca del tempo sudato», (Il silenzio che si abbrevia sul muro, p. 133);

«Del denaro e del sangue già dicemmo/ in vita; saremmo comunque morti/ non certo per errore,/ saremmo scesi in fondo, nella resa,/ col muco al naso per mani impedite», (Il muco, p. 176);

«Non più, quando terra chiama cielo/ e insieme/ esangui si arrotolano, si accoppiano/ – sappiamo una o più storie bastarde e i giochi della bestia – / e annullano l’etico spessore dell’ascesa,/ lo spazio-tramite della speranza», (Il fuoco, p. 211).

Credo bastino questi pochi esempi per apprezzare la sintesi che Antonio Coppola esprimeva, già nella Presentazione di Suggèsto, a proposito della modalità espressiva di Grieco: «carica d’eventi, di improvvisi scalpori, un continuo scoppiettare di colubrine e una dose d’arsenico per i vituperati figli di burattini e burattinai».(4) Ma merita, ancora, di riportare l’acuta interpretazione di Mario Ancona sulle peculiarità del linguaggio del poeta di Rionero: «spesso ammiccante, criptico ed eterodosso, indecifrabile e di difficile decodificazione. Spesso. Non sempre. Il discorso, infatti, altrettanto spesso, diviene limpido e comunicativo, colloquiale, privo di ombre. Una “mistura” vincente, che trae la sua caratura stilistica proprio dall’”ambiguità” (nel senso della polivalenza semantica e concettuale) e da una condizione di contrapposizione e di scontro (intellettuale e verbale), capace di provocare una scintilla, di mettere in moto il flusso di una “corrente elettrica” indefinibile e misteriosa (dinamica), che serpeggia, impalpabile, fra le righe, dando vitalità ai concetti e alle parole, al gioco, sempre mutevole – più o meno controllato e controllabile – dei sentimenti e della passione».(5)

 

Abbandonando, a malincuore, queste ulteriori digressioni sugli aspetti stilistico-espressivi, torniamo a quanto Gennaro Grieco infonde nei suoi testi. Pressoché ogni commentatore ha sottolineato, da Suggèsto in poi, il tono indignato e sdegnato del poeta.

Riprendendo, ancora, la citata nota di A. Coppola, leggiamo, infatti, che le liriche «portano dentro un j’accuse di cui non si può sottacere, ed è una reiterata cavalcata contro gli impostori, coloro che fanno corte al fantoccio […], la parola alta e ferma di Grieco che avverte, ammonisce, canzona».(4)

Sergio Fumich, nella Postfazione a Rivus Niger e scritture bastarde evidenziava la «vis polemica, l’impegno civile che dà forza a tanta sua poesia e che prova coraggiosamente in tempi di allineati e coperti a mettere a nudo questa società dell’immagine, dell’artificio, dove ciò che conta è apparire, non essere».(6)

A proposito della “passione civile” che sostiene anche La vocazione e le idee, M. Ancona sottolinea che «nelle poesie di Gennaro Grieco […] a emergere, in modo chiaro e inconfutabile, è specialmente l’ira più o meno repressa di chi vorrebbe vedere un mondo migliore, più generoso e più giusto, e rifiuta (insieme con il déjà vu) l’acquiescenza dei pavidi e dei conformisti, le lusinghe fagocitanti del “Welfare state”, i narcotici del tranquillo benessere borghese».(5)

L’atteggiamento indignato è tanto fintamente confitto nel sentire contemporaneo quanto è autentico (e cosciente) nel nostro autore. Tale incoercibile modalità esistenziale, tali obbligatori sussulti del poeta di fronte all’ingiustizia, acutamente sentita e patita nel profondo, sembrano generarsi soprattutto – a dispetto della durezza della parola di Grieco – da un primigenio alone di ingenuità. Quella più genuina e naturale, strettamente collegata alle regole semplici e chiare del mondo contadino, ai cicli naturali del fare e del raccogliere, del lavoro e del premio, dell’amare e dell’essere ricambiato. Nulla che somigli a vagheggiamenti bucolici ma una chiarezza di ruoli e di valori morali stravolti dalle e nelle vicende più significative degli ultimi decenni del Novecento, dall’emigrazione meridionale alla rivolta studentesca ed operaia, dalla progressiva e onnipotente mercificazione consumistica alla deflagrazione corruttoria del sistema politico della Prima Repubblica.

Concorda con tale analisi Sergio Fumich che osserva come il mondo di Grieco contenga due età: «un’età dell’oro anche se povera, intrisa del sudore del lavoro dei campi, della felicità delle piccole cose, età a misura d’uomo dove l’uomo, le sue storie sono il centro, il riferimento universale; ed un’età del silicio, dei media che con la loro invadenza/prepotenza schiacciano l’uomo e i suoi rapporti riducendolo a strumento di consumo, null’altro. Dal confronto nasce la forza di dire basta, di rialzare la fronte, il coraggio di tornare a guardarci negli occhi, di ribellarsi, la spinta a quell’impegno sociale e civile di denuncia e resistenza».(6)

Ancora più efficace – e in sintonia con quanto sopra – è il commento di Gianmario Lucini, purtroppo uno dei pochi, al momento, che abbia affrontato estesamente la poetica di Grieco, con diversi interventi nel sito Poiein che egli stesso dirige. La lunghezza della citazione credo sia ben scusabile con la chiarezza che essa esprime: «“ingenuità” non deve essere assunta in senso negativo, ma nel senso di meraviglia che contribuisce a far montare quello “sdegno” che è una caratteristica della sua poesia politica. Non dunque l’ingenuità dello sprovveduto, ma l’ingenuità dell’onesto che prova quel senso di sbilanciamento della coscienza di fronte al male, alla bassezza, alla corruzione, alla – se così possiamo dire – mancanza di nobiltà d’animo di eventi o situazioni, e si meraviglia che questo possa accadere, come ci si meraviglia di un gioco paradossale. Da qui l’invettiva, l’ironia, lo sdegno. Ed è per questo elemento di candore che si muta in sdegno che lo sdegno stesso non si tramuta in retorica o in atteggiamenti vatici – anche se in alcuni passaggi verrebbe di sostenerlo – se non si tiene conto di questo corto circuito emotivo. È lo sdegno dell’uomo semplice, educato a non transigere sulle questioni di fondo e in un certo senso disorientato (e forse questa è la radice della sua irrequietezza stilistica ma anche spirituale) dalla brutalità del cambiamento così repentino e radicale di questi ultimi 40 anni, dal bisogno di dover superare troppo velocemente le certezze ideali e la stessa vena della poetica della prima parte della sua produzione per continuare ad interpretare il suo tempo».(1)

Il rifugio nella parola poetica non è mai fuga e nascondimento, nemmeno nella più matura espressione stilistica. Dante Maffia ha osservato (si parla di Il Viaggio Virtuale, ma è ormai abbastanza chiaro, a questo punto, come la triade che comprende anche La vocazione e le idee e Le Trentadue Ottave, costituisca un nucleo piuttosto omogeneo) che “l’approdo alla serenità è visibile innanzitutto nella conquista dell’endecasillabo”(7) ma, francamente, la vis oratoria di Grieco ed il furore espressivo, se certamente si modulano negli anni Novanta (specie in Le Trentadue Ottave) rispetto ai primi testi (fino a Suggèsto) non per questo si avocano dall’agone civile. Anzi, è proprio il ruolo di poeta che autorizza e rende credibile la denuncia, che conferisce l’energia cinetica per colpire «le serpi che si atteggiano in nicchie al sole»:

«Nemmeno poesia – quando non c’era/ già più religione – e, inutile dirlo,/ il misfatto ha come alibi il contesto, / […]/ : se muore l’uomo se muore il suo canto/ non c’è storia non è morte parziale» (La mistificazione, p. 254).

La forza espressiva ed etica del versante poetico civile e politico, in senso ampio, oscura fatalmente, considerata anche la difficoltà di commento di un testo così ampio, gli altri nuclei tematici affrontati da Grieco, l’altra “anima”, descritta da S. Fumich (6), quella del ricordo, della memoria della sua terra, viva nella prima età del poeta. Ed occorrerebbe anche investigare meglio le citazioni e gli intrecci letterari (da Scotellaro e Quasimodo a Luzi e Fortini, da Borges e Neruda ai Cvetaeva e Majakovskij), vagliare la condivisibilità della residenza poetica di volta in volta segnalata, tra abbastanza chiare influenze di Scotellaro (mi pare su tutti), Sinisgalli, Raffaele Carrieri ed altre possibili e/o parziali (Quasimodo, Pasolini, Pavese), cui aggiungerei, tra i contemporanei, certamente Dante Maffia.

Mi perdonerà di questo il lettore, che potrà ben integrare in proprio i limitati spunti che può offrire lo spazio di una nota di lettura. E tuttavia, preferisco – anche per testimoniare un altro aspetto cui ho lasciato poco spazio, cioè l’ironia che amplifica la potenza dell’invettiva – avviarmi alla chiusura con un florilegio elencatorio-accumulatorio di quei “nemici” visibili e invisibili, complici e sodali dei “burattinai” del sottotitolo di Suggèsto, per i quali Grieco sciorina tutta la propria sorprendente e salace espressività: «farisei e baciapile […] alla corte del fantoccio», «buffone che si esibisce su ogni piedistallo», «saltimbanchi e illusionisti», «serpi che si atteggiano in nicchie al sole» dagli «abiti cangianti» e «occhi di vetro», «gigioneschi figuri dai sigari mozzati// pirateschi codardi, plantigradi sciatti e molli,/ manutengoli d’accatto/ al mercato nero istituzionalizzato…// onnivori malaticci agli arresti domiciliari […] cenerentoli in carrozza/ con l’abito stirato delle trecento feste all’anno/ […] servette depilate e gaie monetizzate», i catodici «uomoabortomalriuscito» e la «suasignoravanità», «venditori di certezze», «pervicaci canaglie di ritorno», «dannato inetto, trombone colossale», «venditori d’acqua marcia», «rospi che sguazzano nel pantano», «manichini bocconiani dalla cera inamidata», eccetera…

 

Ecco, contro questa schiera di figuri, che – inutile nasconderci dietro un dito – siamo anche noi («Con l’ultimo rossore/ mi faccio colpa – anch’io – del mondo»)(8), o, al meglio, nostre creature, contro questi Hyde ubiquitari la voce alta e forte del poeta ha risuonato intensamente nella prima metà degli anni Novanta.

E poi? E adesso? Questo è, forse l’interrogativo meno risolvibile, che ci lascia in consegna Apprendimento di cose utili e che mi stimola, infine, una riflessione con punto di domanda. Perché, se così è stato veramente, questo lungo silenzio creativo? Forse l’impronta civile ed oratoria di questa poetica può necessitare di più ascolto, confronto ed incrociar di spade rispetto ad altri generi (ad esempio, di stampo intimistico-diaristico o di ricerca stilistico formale)? La poesia scritta per restare nel cassetto è favola adolescenziale o raro, estremo, distacco: alcune, però, hanno più urgenza di altre di scagliarsi come dardi o rotolare come pietre, Ma, per parafrasare lo stesso Grieco, stante la sostanziale illusorietà del messaggio poetico, la frustrazione dell’inascolto, che grava come spessa nebbia su questo nostro italico popolo di poeti non lettori, può avere contribuito non poco nel prosciugare alla fonte la fluviale spinta del poeta-tribuno? O, peggio, la disillusione, il silenzio, conseguono ad una mera e dolente constatazione del persistere dei mali antichi e nuovi contro i quali l’artista aveva levato la sua voce? Con necessario ripensamento del rapporto tra la poiesis ed il mondo («Può la parola? Il canto/ piccato sulle spoglie?»), che testimonierebbe una volta di più il rapporto autentico e non narcisistico-edonistico tra lo scrittore e la sua arte, rapporto che può portare all’estremo di un simbolico suicidio della parola: Le Trentadue Ottave sono, infatti, rimaste inedite per quasi un decennio e il linguaggio pubblico è poi ripreso, quasi palingeneticamente, in forma dialettale (Lu cunt’ r’ lu frat’, nel 2003).

Nel dare risposta a queste domande poco ci sono di ausilio le Poesie inedite proposte in Apprendimento di cose utili: si tratta di una quindicina di testi, sparsi su un discreto arco temporale (1994-2001) e, mantenendo una propria cifra stilistica, su ambiti diversificati. Da uno di questi testi, del 1998, Lettera da Utopia, Grieco ci fa sapere, comunque, «di un’idea che non muore illusione», dove «la misura è pienezza, è progetto/ […] è respiro ampio di una prospettiva». Come a dire, confermato da versi più recenti che la partita dell’artista col mondo è ancora aperta: «Rosso fuoco mai spento/ se non a noi stessi se non al mondo/ a chi mai dare conto?»(8)

 

<!–[if !supportLists]–>(1) <!–[endif]–>Gianmario Lucini, Ingenuità e sdegno: Gennaro Grieco, nota a Apprendimento di cose utili, Genesi, Torino, 2007, in: http://www.Poiein.it, novembre 2007

<!–[if !supportLists]–>(2) <!–[endif]–>Sandro Montalto, Gennaro Grieco, Le Trentadue Ottave, Il Fiore Nella Roccia, Avigliana (TO), 2004, in: Hebenon , Anno X, n. 5 della Terza Serie, Novembre 2005, pp. 173-174

<!–[if !supportLists]–>(3) <!–[endif]–>Gennaro Grieco, Le Trentadue Ottave, Il Fiore Nella Roccia, Avigliana (TO), 2004, p. 5

<!–[if !supportLists]–>(4) <!–[endif]–>Antonio Coppola, Presentazione a Suggèsto – Tagliamo i fili dei burattini, Vincenzo Lo Faro Editore, Roma, 1993, pp. 9-10

<!–[if !supportLists]–>(5) <!–[endif]–>Mario Ancona, Prefazione a La vocazione e le idee, Venilia Ed., Montemerlo (PD), 1995, pp. 7-10

<!–[if !supportLists]–>(6) <!–[endif]–>Sergio Fumich, Postfazione a Rivus Niger e scritture bastarde, supplemento a Keraunia, n. 18, ottobre 1994, Brembio (LO), p. 31

<!–[if !supportLists]–>(7) <!–[endif]–>Dante Maffìa, Prefazione a Il Viaggio Virtuale, Venilia Ed., Montemerlo (PD), 1997, pp. 11-14

<!–[if !supportLists]–>(8) <!–[endif]–>da Sequenze sulla bocca del fuoco, edita nel volume illustrato Vultur – Se di un luogo antico la luce cantassimo (Albino e Gennaro Grieco, Potenza, 2005) e in GamondioPoesia 2005, inEdition Editrice, Castellazzo Bormida (AL), 2005, pp. 42-43

 

(Alfredo Rienzi, Saggio critico sul volume Apprendimento di cose utili, Vernice – Rivista di formazione e cultura, A. XIV, n. 39, Giugno 2008, pp. 111-121)

 

Un lavoro colossale (e che mi commuove). Assolutamente centrale – ad oggi e per sempre – nell’analisi che mi riguarda. Grazie, Alfredo: non ho parole…

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