Pubblicato da: gennarogrieco | luglio 16, 2008

In ricordo di Claudio Mancini, l’amico che non è più fra noi

Claudio Mancini, fondatore del Premio Spallicci, poeta e scrittore,

si è spento a Bologna il 12 luglio 2008.

Ripropongo il messaggio di ricordo che ho lasciato qui, nel blog di Gianfranco Fabbri, dove ho letto la triste notizia.

Una grave perdita. Mi sento toccato nel profondo. Claudio era persona cara, un amico, un Signore di altri tempi.

Per l’intensità dei nostri incontri, soprattutto per la sua magnifica disponibilità, mi pareva di conoscerlo da sempre. Anche se ci siamo incontrati solo tre volte, nel 2002 e nel 2005 in occasione dello Spallicci, e poi da ultimo un paio di anni fa, precisamente il 3 settembre del 2006, a Seano di Carmignano, dove eravamo entrambi premiati al Contini Bonacossi. Era seduto al mio fianco (non a caso), quando improvvisamente lo vidi cadere all’indietro: si era piegato un piede della sua improbabile sedia di plastica e feci giusto in tempo a slanciarmi ed evitare che sbattesse la testa. Ne ridemmo su. Fumandoci una sigaretta (e per questo sua figlia – la gentile signora che l’accompagnava e che avevo già conosciuto, e alla quale giunga ora tutta la mia vicinanza nel dolore – non mi pareva molto contenta).
Di lì a poco venne chiamato al palco della premiazione. Lesse un paio di poesie d’amore. Non prima di dedicarle alle numerose signore presenti e di rimarcare, con la soavità del suo modo di porgere, che non era casuale la sua scelta, perché l’amore è il motore del mondo. (Dovrei avere anche un video da qualche parte).

Ciao, Claudio. Nelle nostre conversazioni l’avevamo toccato il tema della morte, e avevo intuito la grande forza della tua serenità nell’aspettare, come natura vuole, l’ora. Grande e forte e pieno d’amore, non la temevi.


Gennaro Grieco

A seguire, le due poesie, tratte dal libro L’ombra del tempo, Joker, 2005, lette da Claudio nella nostra ultima occasione d’incontro.

Ipotesi per un amore

T’amai. Forse, mi pare
o almeno te lo dissi…

Sai, la memoria inganna:
tutto è così difficile e lontano
che sembra l’illusione d’un riflesso
o un colore sbiadito nel frutteto
dove smarrimmo l’anima per vivere.

Nulla ti sorprendeva
come se il gioco fosse un paravento.
Astutamente timida
(così tu m’apparivi, ma com’eri?)
dicevi cose tanto per parlare
e ch’io non ascoltavo.

Ora che il tempo s’è ridotto a un vicolo
perché riappari ancora e poi mi sfuggi?
Vago nel dubbio e medito:
soltanto nel ricordo m’appartieni.

Precarietà

Un castello di carte
fra clonate illusioni e vuoti a perdere
come se dietro il dondolio d’un brivido
si nascondesse un punto ove consistere…

Mi guardi e taci io medito
sul dissennato senso della logica:
la finestra non s’apre – maledetta! –
la carta da parati s’è sbiadita
la strada è chiusa al traffico – sgomento –
brontola tenebroso il lavandino
peripezie d’amore e di follia
(ma c’è spazio per noi?).

Si vive di grovigli e d’abitudini
si muore di miraggi e malintesi:
non rimane che attendere
il tempo – che non torna –
e il disperato accenno d’un sorriso.

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