Pubblicato da: gennarogrieco | giugno 23, 2008

Storia penace: il parere del critico laureato

Torino, 12 giugno 2008

Caro Grieco,

il Suo romanzo è davvero originale e straordinariamente inventivo per taglio, scrittura, impostazione, vicenda. Di fronte ai romanzi oggi di moda e di successo è un’opera autenticamente vivida, alacre, saporosa, suasiva, ma tale è anche in assoluto.

Grazie del dono. Spero in qualche occasione d’incontro e La saluto con viva amicizia.

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È arrivata l’attesa nota su Storia penace del critico riconosciuto, laureato. Del quale non è il caso di fare il nome perché trattasi di corrispondenza privata (anche se, a ben guardare, non ci va molto a riconoscerlo perché il tenore del messaggio è ormai un classico).
Si dirà: ha una parola buona per tutti. Certo, è vero (o almeno lo è in larga parte). Ma non è che questo costituisca poi un problema. In fondo, si potrebbe osservare che è sempre meglio che parlare male di tutti. E poi, francamente, oltre che prendere sempre il tutto con la dovuta cautela, proprio come fatto metodologico, un autore avveduto ha il dovere di soffermarsi soprattutto sugli “aggettivi” che gli sono indirizzati: è lì che deve saper discernere (e trovare un indubbio aiuto).
Il fatto è che si tratta – e l’ho già scritto in altre occasioni – di un signore, uno dei pochi ormai rimasti nel discutibilissimo mondo delle patrie lettere (popolato a dismisura da arruffoni immanicati millantatori). Un signore. Perché intanto è contento – lo è sul serio – quando gli si dà copia di un libro. Ma poi – e questo è il bello – lo legge per davvero e attentamente (ne ho prova certa). E si sa, per un autore è già tanto, di questi tempi. Perché, è chiaro, ogni eventuale lettura, e ogni pur minima testimonianza, si costituiscono come giustificazione stessa di un atto che non voglia essere puro onanismo. Perché, è chiaro, il rischio – e anzi in larga parte è già più di un rischio, è ormai un dato di fatto – è proprio questo: che ognuno se lo meni per proprio conto: un popolo di disperati, mi capita sempre più spesso di dire, di solitari disperati.
È un signore. E si pensi, invece, a quanti esempi di ipocrisia. O di malcelata distrazione. O, peggio, di finta – e quasi sempre strumentale – attenzione di quelli poi sbugiardati dalle loro stesse frettolose ovvero campate in aria parole. Già, la fretta. La fretta di un popolo di disperati onanisti (o giù di lì…). Ma dove cazzo corriamo, tutti quanti?, e ognuno per suo conto?!
Grazie Professore.

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