Pubblicato da: gennarogrieco | aprile 12, 2008

Quasi una dichiarazione di voto

Il portavoce

Moltissimi
———mascalzoni
—————-d’ogni sorta
vanno
———in giro
—————-per le nostre terre.
Non hanno
———numero
—————-e nome,
un’intera
—————-schiera di tipi
———————-che cresce.

Vladimir Majakovskij, Conversazione col compagno Lenin

Battiti il petto,
dannato inetto, trombone colossale;
fistola in bocca, incom-
mensurabile pappagallo,
anzi con-
o (d’ombra) flaccido e purulento.
Ce l’hai piccolo,
servo sciocco,
ed è anche colpa mia se vivi,
anzi ingrassi e perdutamente scoppi.

5 ottobre 1994

All’epoca, quando scrissi questa poesia, il 5 ottobre 1994, il personaggio in questione faceva per l’appunto il portavoce dell’indicibile nano. Ora fa finta di essersi messo in proprio e, schivando pomodori e uova marce, continua l’opera per cui ambisce alla storia: quella della sistematica provocazione.
Ma qui non è lui l’oggetto della mia quasi (e indiretta) dichiarazione di voto. E neppure, se vogliamo, i miei inutili versi (ho perso su tutti i fronti, oramai, e politicamente, come cittadino-elettore titolare di diritti, oltre che di doveri, sono morto proprio in quel lontano 1994, precisamente il 28 marzo 1994: io, che ero più nazionalista di un francese…).
No, la mia quasi (e indiretta) dichiarazione di voto si lega, piuttosto, ai versi in epigrafe di Majakovskij. E come non vederli? Moltissimi mascalzoni d’ogni sorta / vanno in giro per le nostre terre. Certo, un’intera schiera di tipi che cresce, ma non è, caro Majakovskij (fra morti ci si capisce), che non hanno numero e nome. Ce l’hanno eccome, questi altri escrementi ambulanti che ora (sostanzialmente) rinforzano l’inaudita schiera, questi lepidotteri che hanno fatto il capolavoro di buttare alle ortiche un patrimonio inestimabile di pensiero, di valori, di lotte, di conquiste pagate col sangue.
Non solo il naso, mi tapperò. Per l’ennesima volta. E con dolore, quasi un dolore fisico, insopportabile. Limitarsi a dover solo tentare di limitare il peggio: non è una bella prospettiva. Auguri a tutti.

(Non riesco a formattare i versi del grande Vladimiro. Spero che possa perdonarmi per questa trovata dei trattini)

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Responses

  1. Non sono di parola, come vedi.
    Ti avrei seccato fra qualche anno.
    Ma proprio non ce la faccio.
    Mi sei troppo simpatico, compagno lucano.

    In lingua lucana ( senza rete ).

    CHI SIM E CHI NON SIM

    Paisà, te putess cuntà i pil ca tin ‘ngul, a ùn a ùn,
    e tò me putiss fà la stessa cos.
    Qua ne canuscìm tòtt quant,
    a chi sènt fèglie tò e a chi sò fèglie ije.
    Ma gratta gratta, sottasòtt, sim tòtt cafùn e fèglie de cafùn.
    Pur don Cecce Tufanesk, ù farmacèste,
    tenìje ù papanònn ca scìje a cecurièdde e lampasciùne.
    Pur cafòne ère ù sciabbulatore a caval,
    ca ammùzzave i càpere ai bregant,
    ca ammùzzave pur i speranz di cafùne.
    Pur i nòbbele de chìjse, Marchès de C.,
    èrn parint ‘ntrameschkàte ai Doria,
    cummerciant e puteàr ‘mbrista-sòlete.
    Po’ vènn tutt i cafùn cafùn:
    chi ancor se vrevogne,
    chi s’asconne,
    chi se neke,
    chi s’eije già scurdat d’èss cafòn.
    All’otm, i bregant cafùn,
    chidde ca se t’avinn addògne ke la runcedde,
    te sciùppavene pur ù cannanòce.
    Pe desperazziòn.

  2. Il dramma, caro Papà, è che non ce la facciamo proprio a dire “Basta!”… ce l’abbiamo nel sangue!
    Questa ostinata voglia di analizzare la nostra società, il senso critico indirizzato verso il mondo e verso la razza umana con tutti i suoi fenomeni e le sue rappresentazioni… non ci stancheremo mai di incazzarci, ci deluderanno ancora e ancora e ancora fino alla fine, ma mai ci toglieranno la presunzione di essere nel giusto, mai verrrà meno la forza di catechizzare, in pubblico o in privato, più o meno bonariamente tutti! Fa parte delle nostre esigenze vitali, non siamo letteralmente in grado di essere individualisti, gli affari nostri sono tutti gli affari; si fa presto a dire “fatti gli affari tuoi”, siamo in una società, mica viviamo in mondi separati! E poi, se proprio proprio, insomma anche volendone rimanere fuori, mica si può far finta di nulla, bisogna pur sempre rispondere ad una morale, ad una giustizia astratta che viene prima di ogni altra cosa, prima sicuramente degli affari miei, nostri, loro…!!!
    Naturalmente, nel nostro caso, diventa quasi ovvio dire che alcune nostre esternazioni del tipo “lasciamo perdere” o “non ne voglio parlare”, buttate lì velocemente con viso accigliato, non stanno certo a significare che ci si stia lasciando scivolare le cose addosso (il viso è -per l’appunto- accigliato), anzi rappresentano il peggio, rappresentano un grosso turbamento interiore, meglio sfogarsi che tenersi tutto dentro, perchè è proprio ciò che sentiamo dentro quel che più conta e dunque meglio esternare piuttosto di collassare dentro!
    Che tutto ciò serva almeno a tenerci vivi il più a lungo possibile!
    Le incazzature sono il fuoco della nostra esistenza, ci tengono in forze la mente, fanno girare il criceto sulla ruota anche ad una certa età! Non è ancora il nostro caso, siamo relativamente giovani, ma sono un investimento sulla funzione del nostro cervello!
    Il vero problema è il cuore, Papà, il cuore credo patisca… e dunque, la domanda è: meglio campare qualche anno in più, rincoglionirsi e farsi imboccare oppure morire qualche anno prima, lucidi, di crepacuore? Beh, la risposta è scontata: speriamo che il cuore regga il più a lungo possibile!

    Un abbraccio!


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