Pubblicato da: gennarogrieco | marzo 24, 2008

Enrico Cerquiglini su Apprendimento di cose utili

Riporto la recensione di Enrico Cerquiglini della quale avevo già dato notizia nelle scorse settimane qui. Ancora un grazie di cuore a Enrico.

apprendimento_di_cose_utili.jpgIO CREDO PROPRIO DI AMARLA LA VITA

di Enrico Cerquiglini

Gennaro Grieco, Apprendimento di cose utili

Genesi, Torino, 2007, pp. 363, € 15,00.

Apprendimento di cose utili di Gennaro Grieco è un testo poetico che dà la misura dell’autore, che antologizza un trentennio di produzione e militanza poetica. La poesia, sembra dirci Grieco, non è affatto inutile, anzi, nasconde in sé (e nemmeno troppo) il senso stesso del vivere, funge, almeno per l’autore, da contrappunto alla sgraziata realtà, all’azione nichilista dell’uomo, alla devastazione costante e masochista della natura. È, questo Apprendimento di cose utili, un percorso didattico di trasmissione di realtà da contrapporre all’irrealtà dilagante, alla glorificazione dell’inutile, alla nientificazione dell’irriducibile. È questo un libro coraggioso, fin dal titolo: la nostra società considera inutile ogni forma d’arte e particolarmente inutile la poesia ché si sottrae a qualsiasi trasformazione in merce (la poesia circola quasi clandestinamente, tra pochi adepti, non scala le classifiche delle vendite, non permette lauti profitti, è antimerce per antonomasia, al punto che “fare poesia” è diventato sinonimo di “perdere tempo”, di “perdere contatto con la realtà”). Affermare come fa Grieco che leggere, lasciarsi attraversare dalla poesia è “apprendere cose utili” significa ristabilire una scala valoriale che l’odierna tecnocrazia finanziaria credeva di aver finalmente rovesciato e sepolta: una scala che vede al centro dell’agire il bene dell’uomo e del suo ambiente, l’uomo tra le altre specie viventi, l’uomo come elemento della natura arricchito da un sentire ch’è “spirito vitale”. Anche il generico “cose” sembra muoversi in questa direzione: non la “cosa” deificata, l’artefatto, il manufatto, la nozione professionale, ma la “cosa” come si offre alla coscienza umana, come di più costituente l’animale uomo. È “cosa”, quindi costruzione, la percezione del mondo e del male che vi alberga ed è “cosa” il potervi porre qualche rimedio, conoscendone i meccanismi portanti. Ed è “cosa” la sfera del sentire, cosa che sostanzia l’agire umano e che può e deve essere trasmessa da uomo a uomo con lenti processi di apprendimento.
Queste 363 pagine di versi rappresentano 30 anni di cammino poetico – cammino, non approdo –: Grieco è ancora giovane e lontano dall’aver esaurito il compito che si è dato, dall’aver esaurito le curiosità umane, le indagini del cuore, i paradossi dell’irrealtà, anzi, forse in questi anni della maturità il suo versificare ha raggiunto un’autonomia linguistica ed espressiva che gli permette di cogliere con lucidità estrema l’orizzonte umano nel suo compiersi, nella sua occidentale accezione e la “petrosità” di certi componimenti testimoniano questa direzione, questa sfida poetica che stimola il poeta a destrutturare il vissuto, il visto, il saputo. Un poetare che diventa “dire”, civile partecipazione al dolore, pietas, indignazione.
Il linguaggio si è liberato, negli anni, dalle croste letterarie; senza scrupoli, pasolinianamente, è diventato strumento e non fine poetico e la poesia risulta “utile”, in grado cioè di cogliere l’umano quand’anche appare sommerso da scorie e ceneri. La
lectio magistralis di Grieco sembra condensarsi in un verso di pag. 167: “Io, io credo proprio di amarla, la vita”, supportato e ribadito da una proposizione esistenziale: “L’uomo che seppe di dover morire / capì che il dono è, comunque, nell’esserci” (pag. 272).
Apprendimento di cose utili è quel che si dice un libro vero e importante, un testo che consacra l’autore tra le voci più originali e meritevoli di attenzione del nostro panorama poetico. Si può dire che questo libro non si può non leggere e, soprattutto, rileggere e interrogare, con la certezza di trovarci suggerimenti, emozioni, passioni e dubbi che dovrebbero essere il patrimonio di ogni esistenza cosciente.

Gennaro Grieco (Rionero in Vúlture, 1953) vive a Torino, dove si è laureato in Pedagogia (ind. sociologico). È autore essenzialmente di poesia, ma anche di narrativa e di brevi saggi e interventi critici in rivista. Ha pubblicato sei raccolte poetiche in lingua: I percorsi del sentimento (1991), Suggèsto (1993), Rivus Niger e scritture bastarde (1994), La vocazione e le idee (1995), Il Viaggio Virtuale (1997), Le Trentadue Ottave (2004), ora riunite nel volume Apprendimento di cose utili, Genesi Editrice, Torino, 2007, e una nel ritrovato dialetto di origine: Lu cunt’ r’ lu frat’ (2003). Con il fratello Albino, agronomo paesaggista, ha da ultimo dato alle stampe Vultur – se di un luogo antico la luce cantassimo (2005).

( Enrico Cerquiglini, in AA. VV., Nel (secondo) Verso, www.lulu.com, 2008, pp. 317-324, con 4 poesie esemplari; poi anche nel blog Tra nebbia e fango il 17 febbraio 2008 )

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