Pubblicato da: gennarogrieco | marzo 2, 2008

Un cortile di parole: il romanzo di un poeta

cortpar.jpgA proposito di narrativa. Segnalo – con grave, imperdonabile ritardo – questo bel libro: Un cortile di parole. È il romanzo, il primo romanzo, di un poeta, di un grande poeta: Remo Rapino, frentano DOC che va verso i cinquantasette, capelli biondi (magari adesso un tanto imbiancati, non so, non lo vedo da alcuni anni), un caro amico. Il romanzo di un poeta, ed è, questa, un’affermazione. Voglio dire: è già un giudizio di valore. D’altra parte, posti come generi la poesia e la narrativa, è più facile che si passi – beninteso in termini di assoluta qualità – dalla prima alla seconda piuttosto che il contrario.

“Un uomo trova, per caso, un libro, ne scorre le prime pagine ed impara ad amarlo a tal punto da cercarne altri per tutta la vita, fino a realizzare una biblioteca di migliaia di volumi. Ogni sogno è un movimento reale che trasforma lo stato di cose esistente. Ma se i sogni ci appartengono, anche noi apparteniamo a loro: è bene ascoltarli e dal loro fiato cogliere l’orizzonte del viaggio. Le vicende di Aureliano Nemésio Veloso, muratore e trovarobe, si svolgono nella città carioca di Rio de Janeiro, ma potrebbero aver luogo in qualsiasi altro posto del mondo. Il protagonista di Un cortile di parole, insieme agli altri personaggi della storia, reali e fittizi, persegue, tra incredibili avventure, il sogno di una biblioteca, salvifico appiglio per quanti, pur a fatica, r-esistono in terra, aggrappandosi ai fragili bordi del cielo. I suoi giorni testimoniano una possibilità: quella di sperare ancora in una realtà altra. Aureliano è la voce narrante di un sogno, e sognando indica un diverso senso del vivere. Un buon compagno di viaggio nel cortile del mondo. Una storia fatta di mille storie. La scrittura assolve questo compito: portare a vedere, con la ragione e col cuore, cose che esistono attraverso l’invenzione di cose che non esistono affatto”.
Così viene presentato il libro in quarta di copertina. Ma, anche per dare il senso dell’affermazione di cui sopra, riprendo dal libro, che ricordo è uscito per i tipi della Casa Editrice Rocco Carabba di Lanciano, la nota intitolata “A margine di Un cortile di parole” che fa da prologo al romanzo.

dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fiori

Fabrizio De André, Via del Campo

Mi sedevo per terra nella spazzatura per leggere i classici, fino a quando mia moglie mi scuoteva”. Così, in un’intervista, Evandro Dos Santos, manovale a giornata e robivecchi tra le mille discariche di Rio de Janeiro. Inizialmente semianalfabeta, ma preso da una straordinaria passione per i libri e la lettura, raccoglie circa 30.000 volumi, accatastati tra casa e cortile. La notizia diffusa dalla radio suscita l’interesse del famoso architetto Oscar Niemeyer, che s’impegna a realizzare il progetto per una biblioteca. Fin qui la notizia, a cui nulla si può aggiungere: di qui Un cortile di parole ed il suo protagonista, Aureliano Nemésio Veloso.
La scrittura non assolve mai e solo la funzione di un “meccanico rispecchiamento” della realtà, ma su questa sempre agisce con una logica della trasformazione. Ad esempio:


Non sono mai stato a Rio de Janeiro,
neanche in preda al sogno né per caso saltando
vagoni e binari in una sbregata stazione di provincia
sorpreso dall’inattesa fermata di un treno sbagliato.
Io non conosco – come potrei – le larghezze dei platani
de l’Avenida Rio Branco né le palme profumate
de l’Avenida Beira Mar, né so la cantilena delle voci
avvolte da nottambule schegge di luce, una quiete di luna.
Il mio fiato non respira quei paesaggi lontani:
non a tanto arriva il mio povero cuore sedentario,
s’è fermato sui corrosi fragili bordi del vecchio Tago,
animale in letargo che stancamente s’ingorga
tra gli scalmanamenti dell’oceano. Non ci andrò mai
a Rio de Janeiro, gran bel posto, samba e futebol bailado,
non lo nego, congratulaçôes, pur con tutta quella
che mi ritrovo propensione all’autostop. Io so che
svanirò tra mille tentacoli di strade e che non saprò
mai la fine della storia come la raccontano, bevendo
a sorsi lenti cachaça, le lingue dei ninõs de rua. Io so.
Lasciatemi stare qui incurvato alla sedia di paglia
con i miei necessari angeli a girotondo sull’anima.

In effetti Rapino in Brasile non c’è mai stato. E in una corrispondenza privata che risale a ormai quasi un anno fa, mi confessava: “Il libro sta andando bene… L’unico problema è che tutti mi chiedono se sia mai stato in Brasile, io dico di no e nessuno mi crede. Dovrò cambiare tattica, anche perché, come sembra, dovrei parlare del libro all’Ambasciata brasiliana”. Nel frattempo il romanzo, che tra l’altro si è aggiudicato il prestigioso Premio Penne 2007, è diventato un caso letterario. Rapino è stato contattato via telefono dal personaggio reale che l’ha ispirato, Evandro Dos Santos, è stato anche intervistato da uno dei maggiori giornali brasiliani, O’ Globo, e pare che ci siano progetti di traduzione in portoghese e addirittura di una trasposizione cinematografica. Sui tanti aspetti di questa bella storia, credo possa essere utile, più di ogni mia parola, qualche link. Un paio portano al sito dell’editore, con il pezzo apparso su O’ Globo e una breve intervista:

http://www.editricecarabba.it/content/view/189/135/

http://www.editricecarabba.it/content/view/135/113/

e un terzo rinvia a una lunga e interessante intervista all’autore di Simone Gambacorta:

http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/remo-rapino-%E2%80%9Cun-cortile-di-parole%E2%80%9D-intervista-di-simone-gambacorta

Per mio conto aggiungo solo che Remo Rapino lo conobbi nell’ottobre 1994 proprio nella sua città, Lanciano, dove mi trovavo, nemmeno a dirlo, per un premio. Un premio che, per ragioni che non sto qui a dire, era a suo modo un evento (e comunque davvero internazionale, a partire dalla giuria: lo vinsi, per dire, precedendo nell’ordine uno spagnolo e un francese, se ben ricordo). Ero lì, in attesa della premiazione, circondato da taccuini volanti e microfoni (presumo di qualche emittente locale), quando, finita la ressa, venne a porgermi la mano Remo dicendo più o meno, quasi schermendosi: “Scrivo anchi’o, o almeno ci provo. Così, per diletto…”. Alla faccia del diletto! Intanto, lì, in casa, aveva comunque ricevuto il premio speciale della giuria, ma di lì a qualche mese ci ritrovammo, a nostra insaputa, in un altro premio, e poi un altro, e ancora uno… Insomma era diventata una felice consuetudine, durata qualche anno, in giro per la Penisola, dal Veneto alla Sicilia, spesso vincitori lui per la narrativa e io per la poesia. Quando poi, per circa un lustro, mi allontanai da ogni vicenda letteraria, lui continuò a mietere allori, come si suol dire. E sto parlando di premi veri, beninteso, non di quelle pastette, si quelle celebrate farse che vediamo in televisione. Remo tra gli altri vinse, per dire, un Betocchi per l’inedito, che gli valse l’uscita da Crocetti di quella stupenda raccolta che è Cominciamo dai salici. Incredibile a dirsi, quando, superate le paturnie, rientrai in pista, ci ritrovammo subito. Fu allo Spallicci, a Castrocaro Terme, nel 2002 (che terna, quell’anno: Fabrizio Bianchi – altro poeta di rilievo e caro amico –, Rapino e immodestamente il sottoscritto). E fu in quell’occasione che mi accennò al fatto che si fosse in qualche modo stancato di andare in giro per premi e, soprattutto, che si stesse dedicando più che altro alla narrativa. Non gli era ancora giunta notizia di Evandro Dos Santos e della sua incredibile storia. E non aveva ancora cominciato a scrivere, quindi, questo piccolo capolavoro che è Un cortile di parole… Quasi un anno fa ho saputo di come avesse utilmente impiegato il tempo dopo Castrocaro. Auguri, caro amico, felicità!

Remo Rapino, Un cortile di parole, Casa Editrice Rocco Carabba srl, Lanciano, 2006, pp. 350

Remo Rapino vive a Lanciano. Insegna Filosofia e Storia nel Liceo classico. Ha pubblicato: Dissintonie (1993); C. Michelstaedter: l’asintoto il peso l’assoluto impossibile (1994); La vita buona (1996); Caffetteria (1998); Anxanavis (1998); Terre rosse Terre nere (1999); Sotto la neve l’erba e altre storie (2001); Ultima lettera ai Corinzi (2001); Cominciamo dai salici (2002); La profezia di Kavafis (2003).
Suoi scritti sono presenti in riviste e antologie.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la poesia e la narrativa.

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Responses

  1. Il libro di Remo Rapino che ho avuto il piacere di conoscere, è straordinario. Riscatta senz’altro la letteratura italiana contemporanea da un vuoto di fondo ne quale sembra ormai caduta da oltre vent’anni.

    La storia è amabile, verosimile e molto ben raccontata, il filo conduttore è costruito con grande maestria, e con vibrante naturalezza..
    Questo stile al tempo stesso intenso e leggero, fanno di Remo un grande scrittore, intimo nel pensiero ed esplicito nelle intenzioni.

  2. Anch’io ho conosciuto (ho avuto il piacere di conoscere e diventarne amico) il poetissimo Remo. “poetissimo” perché il senso lirico, alto, sottende in ogni parola da lui scritta, che si tratti di poesie o racconti o romanzi o altro. E’ questo “altro” che mi affascina di Remo, ovvero la capacità, e non può essere che innata, di fare sempre e comunque e in ogni dove poesia, anche magari solo stilando una nota critica o sviluppando un pensiero filosofico. L’invidio, invidio anche, io suo coetaneo ormai pieno d’acciacchi, l’irriducibile fanciullezza di Remo che settimanalmente lo spinge a sgambettare attorno all’amato pallone. Buon football, Remo, ad libitum!…


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