Pubblicato da: gennarogrieco | febbraio 13, 2008

Roma Caput Mundi

alberoandr-1.jpgC’era dunque questo premio. Alla sua prima edizione (ed io ho una particolare fortuna, nelle prime edizioni). A Roma, capitale del mondo. E con un nome curioso: AlberoAndronico. Un nome che, comunque, ha il suo perché (come vedremo nel prossimo post). E, d’altra parte, proprio a quel nome era innanzitutto dovuta la mia partecipazione (credevo di avere il testo adatto, un testo che riguardava, che riguarda, proprio un albero – e la sua funzione di riparo…). Un premio del quale, francamente, m’ero scordato.

romafori1.jpgMa poi, un paio di settimane fa, vengo a sapere di averlo vinto, ‘sto premio. O, meglio, di avere vinto la prima delle quattro o cinque sezioni previste (c’era un po’ di tutto: poesia, narrativa, dialetto e, di sguincio, anche il cinema). Di averlo vinto, ma non col suddetto testo sull’albero, no. Con una poesia d’amore, invece, di amore maturo. Strana sorte (e ormai ricorrente) per un autore cosiddetto impegnato – ah l’amore, l’amore…

Ed ecco quindi che, venerdì scorso, 08.02.08, sorta di data palindromica, prendo un treno da Torino la mattina prestissimo e all’ora di pranzo (almeno secondo gli standard a quelle latitudini) sono a Roma. Un pezzo di focaccia con una fetta di prosciutto da uno dei mille chioschetti della Stazione Termini e, mangiucchiando, attraverso la cinquantina di metri del piazzale antistante e poi giù, a sinistra, per Via Cavour, sempre dritto, in discesa (ma me ne sono accorto poi, al ritorno), fino a Via dei Fori Imperiali. A destra per un paio di centinaia di metri, quindi attraverso a sinistra Piazza Venezia, rasentando il Vittoriale, e subito dopo salgo per la rampa che porta in Campidoglio. Arrivato. Intorno alle quindici. E quindi in anticipo (per me, una rarità, anzi una vera follia). La premiazione era prevista per le ore 16 nella prestigiosa Sala Protomoteca.

romafori2.jpgE allora che faccio su questa stupenda terrazza naturale, in mezzo a una folla vociante, variopinta ed estasiata? Avevo qualche principio di fiamme ai piedi. E le braccia indolenzite per via dei vari passaggi di mano della borsa di… ordinanza. Ecco, la borsa. Di solito ci infilo qualche pocket coffee, una scatoletta di mentine, le sigarette di scorta, i biglietti da visita, penne, matite, l’agendina, qualche foglietto intonso, i biglietti di viaggio, fazzolettini di carta, stacchi di carta igienica – ché non si sa mai –, una mappa scaricata da internet e stampata con la mia gloriosa HP LaserJet 4P – ormai un vero cimelio –, un libro da leggere in treno ma che sistematicamente non riesco a leggere perché poi compro Repubblica che – soprattutto se è venerdì e c’è anche il Venerdì in allegato – mi porta via tutto il tempo… Ecco, un altro inciso. Sui libri. Che infame destino, a volte, i libri. Prendi questo: Mandami a dire, di Pino Roveredo, premio Campiello 2005. È smilzo, leggero, poco ingombrante. Per cui si presta, classico libro da viaggio. Sono diverse volte – anche questa volta – che lo infilo nella borsa. Ma poi, per quanto sopra, resta lì in attesa. E sono passati ormai quasi tre anni da quando è uscito. Dovrò decidermi a mettermi bello seduto in giardino e vedere finalmente di leggerlo… Ma torniamo alla borsa. Vi ci metto, infine, di solito, un due o tre copie del mio ultimo libro. E qui c’è stata la fesseria: ad oggi, il mio ultimo libro è Apprendimento di cose utili, e tre copie di quella roba equivalgono esattamente a tre mattoni belli pieni: una fatica!

romafori3.jpgPiedi fumanti e braccia indolenzite, dunque. E non proprio un umore perfetto. E tuttavia tiro fuori la macchinetta (quella la tengo nella capiente tasca del giaccone…) e scatto le foto che qui vedete.

 

romafori4.jpgRoma Caput Mundi. Incredibile, questa città! Vale, da sola, in quanto a storia ed arte, il resto del mondo messo insieme. Hai voglia i leghisti a dire “Roma ladrona”! Quelli, i leghisti, saranno un po’ trogloditi, ma non sono propriamente dei fessi. Quelli sanno contare la pecunia (vedete adesso la storia di Malpensa). Sanno che, pur senza le fabbricheeeette, come PIL Roma ha superato Milano da un pezzo (e sono cazzi, sarebbe il caso di dire). Per questo la vedono col fumo negli occhi. E non per altro. Ché, in quell’altro, pure loro ci sguazzano ben bene… C’è tutto il mondo, a Roma. Mille razze, mille affari, tanta bellezza.

romafori5.jpgIncredibile a dirsi, era una vita che non vi mettevo piede. Nel senso di camminare per le sue strade. 36 anni, per la precisione. Nei primissimi anni ’70 ero di casa: quante manifestazioni studentesche! E quante bevute! In qualche modo bisognava pur ritemprarsi… Una, memorabile – e ovviamente dopo una manifestazione –, in una osteria sull’Appia Antica: non bastavano i bicchieri ed ebbi la bella idea di chiedere un sifone: fu un travaso dalla damigiana direttamente ai gargarozzi… Era il ’72, se ben ricordo, giugno del ’72, un intero mese alle Frattocchie, allievo di Luciano Gruppi. No, io non rinnego alcunché. Ci sono già troppi imbecilli, troppi preti spretati, troppe canaglie. Anche perché di lì a poco avrei mandato tutti a cagare. Alle Frattocchie, in un corso per dirigenti di partito nel quale ero l’unico minorenne, ci ero arrivato perché considerato una sorta di enfant prodige della politica. Ed un enfant prodige non poteva non capire la mala parata. Sì, già allora. Alle Frattocchie, comunque, dove mettevano il bromuro nel vino e forse anche nel latte, ebbi una volta la ventura di mangiare con Giorgio Napolitano e famiglia: sì, allo stesso tavolo. E non dico di altri personaggi. Che tempi! Che storia ho vissuto! Quante cose potrei raccontare (se servisse a qualcosa…). Come, per esempio, del ganascino che qualche tempo prima feci a Veltroni, a Firenze, a un Congresso Nazionale della FGCI, marzo ’71. No, il richiamo non è casuale. È che, venerdì scorso, in Campidoglio, c’era probabilmente anche la riunione del Consiglio Comunale. E quindi Valterino – come allora lo chiamavo, io diciottenne e lui quindicenne –, magari era lì, a due passi, in un’altra sala dello stesso palazzo. Lui, sindaco di Roma Caput Mundi, futuro premier, scrittore laureato, e io – figurati! – a ritirare un premio di poesia…

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Responses

  1. Questo articolo..o meglio pagina di un vissuto è semplicemente sublime.
    Adoro il suo modo di scrivere e soprattutto adoro quello che ha detto di Roma, d’altronde un po potevo aspettarmelo..Roma incanta..
    Sono nata qui, vivo questa città tutti i giorni eppure ogni mattina mi sveglio e sono felice di rivederla, se mi sveglio in un’altra città mi manca..preferisco una serata con gli amici in queste stradine antiche piuttosto che chiusa in una discoteca, cosa che i ragazzi della mia età farebbero, perchè riesce ogni volta a farmi scorrere dentro e violentemente questa passione e queste emozioni uniche…chiunque cerca di offuscare la sua immensità finisce solo per offuscare la sua immagine e intelligenza..cosa che invece mi sembra di aver capito a lei non manca..
    P.s non riesco proprio ad immaginarlo Valterino a 15anni..beati i suoi ricordi..

  2. Valterino in quell’occasione, a Firenze, nel lontanissimo 1971, era tutto capelli ondulati e, soprattutto, indossava un vistosissimo pellicciotto bianco… Praticamente un bamboccio. Poi, poi non è che per la verità sia cresciuto più di tanto (da quello che, purtroppo, vedo)…
    Quanto a Roma, quella invece sì: è – e resterà – il massimo nei millenni: non ce n’è per nessuno.
    Grazie per la visita,
    g.


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