Pubblicato da: gennarogrieco | gennaio 29, 2008

Ingenuità e sdegno: Gennaro Grieco – Nota di G. Lucini

apprendimento_di_cose_utili.jpgDi questo bravo artista lucano trapiantato a Torino da molti anni, abbiamo già scritto su Poiein, non poco, presentando gran parte delle sue opere. Che dire dunque, ora che è uscita quest’anno per i tipi della casa torinese Genesi, quella che può essere considerata la summa summarum del suo lavoro, ossia un poderoso volume di 360 pagine (peraltro al prezzo assolutamente folle di € 15, considerando anche l’ottima fattura e la rilegatura a spago del volume) dal titolo Apprendimento di cose utili e che dire dopo la precisa, esauriente e colta prefazione di Sandro Gros-Pietro (che è anche l’editore di Genesi)?
Beh, se avessimo il tempo di presentare con compiutezza il lavoro di questo poeta (i testi qui spaziano dagli anni ’70 fino alla fine degli anni ’90) avremmo certamente molto da dire, ma qui ci limitiamo ad alcuni punti che risaltano dalla raccolta così come è stata concepita.
Una prima osservazione può essere fatta per la particolarità del verso in Grieco segnatamente nelle prime composizioni (quelle datate meno recentemente, perché la raccolta osserva, nella sua esposizione, un criterio che non si rifà a sequenza temporale). L’autore infatti usa di preferenza l’endecasillabo ma con la particolarità che ogni endecasillabo è in sé compiuto, spesso senza rimandi sintattici o subordinazione ai versi precedenti; pochissimi sono i casi di necessità di riferirsi ai versi precedenti per ricavare dal verso che si sta leggendo un senso compiuto (anche se, per ovvie ragioni, i versi precedenti arricchiscono il senso complessivo di quello che segue). Non ci sono di conseguenza cesure o pochissime. L’osservazione potrebbe sembrare irrilevante ma, a ben vedere, a una lettura (recitata e non mentale) dei testi, tutto il ritmo acquista un andamento solenne, come un grande fiume che procede lento e tenace, un respiro polmonare misurato e regolare. Gros-Pietro nella sua prefazione parla di poesia epica; certo il verso non ha molto a che vedere con l’epica in sé di un testo, ma in questo caso, vuoi per la particolare scansione dell’endecasillabo, vuoi per la particolarità cui sopra accennavo, il carattere epico e solenne della dizione viene rafforzato. Si tratta dunque di una particolare sensibilità del poeta che conferisce alla sua poesia questo carattere, sensibilità che certamente gli deriva dalla sua formazione di base, che mostra con evidenza uno studio attento dei classici, anche se il messaggio poetico veicolato nei testi, e dunque l’epica vera e propria è, come osserva Gros-Pietro, di assoluta contemporaneità. Questo non vuol dire che i classici sono l’unico riferimento nella formazione della sua poesia: troviamo invero tanto ‘900, come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni, e non soltanto del ‘900 letterario ma anche di quello popolare, delle canzoni della militanza o di altri autori di poesia politica che in quegli anni fiorivano ancora (ora sempre di meno) nel panorama della nostra cultura.
Il verso cambia profondamente negli anni ’90: più intrecciato di rimandi e allusioni, più nervoso, non alieno da sperimentalismi e ricerca, persino ludolinguismo e poesia figurativa (nella poesia “Il Natale”, del 1994). Un artista che proprio nel verso mostra la portata della sua crisi che invero non è mancanza di ispirazione o densità di contenuto (anzi!) ma soprattutto irrequietezza: dal verso quasi classico delle prime poesie al verso pieno di sorprese ma sempre denso di senso, oppure totalmente libero e colloquiale (quasi da un estremo all’altro) degli ultimi lavori. Ma, a ben vedere, questo modo di reagire a una sua crisi (che viene, credo, dalla compartecipazione a una crisi più generale, politica e sociale del nostro Paese che evidentemente il poeta sente sulla pelle) è tipico del carattere più solare della sua poesia, che è l’intensità emotiva e passionale (in pochissimi autori odierni è così forte e così sincera).
L’altra osservazione che vorrei proporre è legata a quest’ultimo aspetto di emotività e passione, ed è quella che ho sottolineato nel titolo di questo intervento, ossia quel misto di ingenuità e sdegno che si intravvede leggendo molti dei suoi testi. Precisiamo subito che “ingenuità” non deve essere assunta in senso negativo, ma nel senso di meraviglia che contribuisce a far montare quello “sdegno” che è una caratteristica della sua poesia politica. Non dunque l’ingenuità dello sprovveduto, ma l’ingenuità dell’onesto che prova quel senso di sbilanciamento della coscienza di fronte al male, alla bassezza, alla corruzione, alla – se così possiamo dire – mancanza di nobiltà d’animo di eventi o situazioni, e si meraviglia che questo possa accadere, come ci si meraviglia di un gioco paradossale. Da qui l’invettiva, l’ironia, lo sdegno. Ed è per questo elemento di candore che si muta in sdegno che lo sdegno stesso non si tramuta in retorica o in atteggiamenti vatici – anche se in alcuni passaggi verrebbe di sostenerlo se non si tiene conto di questo corto circuito emotivo. È lo sdegno dell’uomo semplice, educato a non transigere sulle questioni di fondo e in un certo senso disorientato (e forse questa è la radice della sua irrequietezza stilistica ma anche spirituale) dalla brutalità del cambiamento così repentino e radicale di questi ultimi 40 anni, dal bisogno di dover superare troppo velocemente le certezze ideali e la stessa vena della poetica della prima parte della sua produzione per continuare ad interpretare il suo tempo.
Infine, anche a corollario di quanto sopra detto e in considerazione del fatto che non esiste una poesia maggiore o minore ma soltanto valida o non valida (a patto che si senta in essa il poeta), non possiamo non riconoscere all’opera intera di Gennaro Grieco una tensione alla verità (o, se vogliamo, ricerca di verità) anche laddove il testo sembra poggiare su una visione sicura del mondo confortata da certezze ideali o ideologiche (non molte volte, a dire il vero, anche se all’apparenza potrebbe sembrare). Ossia, non possiamo non riconoscergli il mettersi totalmente in gioco nei testi, fino quasi all’incoscienza, con una radicalità che è pari soltanto alla sua passione. Non è uno che lancia un sassolino e si ritrae ma è, pasolinianamente, una carne sola con la sua poesia e si getta con noncuranza nella mischia. E questo è di pochi, non solo poeti ma esseri umani tout court.
Ancora, non so che particolare significato abbia per Grieco questa sua decisione di raccogliere in forma antologica i suoi testi: forse il desiderio di voltare pagina, forse un desiderio di fare il punto o il consuntivo di quanto è stato scritto, per partire con nuovi strumenti, idee, energie o semplicemente per dividere anche in modo concreto due periodi della sua poesia. In ogni caso, anche a prescindere dall’evoluzione stilistica lungo il trentennio di riferimento – che si vede molto bene, ma che ha in sé una ferrea coerenza – Apprendimento di cose utili (ovvero crestomanzia o antologia, come ci spiega Gros-Pietro) è un libro solido nella sua scrittura, sincero, da non perdere.

(Gianmario Lucini, Recensione del volume Apprendimento di cose utili, Poièin, www.poiein.it, novembre 2007; poi in Vernice – Rivista di formazione e cultura, A. XIII, n. 37/38, Dic. 2007, pp. 111-113)

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