Pubblicato da: gennarogrieco | gennaio 27, 2008

Narda Fattori su Apprendimento di cose utili

apprendimento_di_cose_utili.jpgDavvero spiazzante il titolo di questa raccolta antologica del grande poeta lucano-piemontese. Ovunque si disquisisce sull’inutilità della poesia, che non solo non è più in grado di cambiare il mondo, ma neppure di sollevare le coscienze – qualche coscienza – e corroborarci nel farci sentire apparentati da un destino terreno di dolori, ambasce e felici incontri, casualità, intemperanze, supine efferatezze. Si disquisisce, ma si continua a scrivere. Anzi, in tempi sommamente visivi, sempre più persone. Sarà l’acculturamento, sarà il bisogno di identità in tanto spaesamento, sarà l’ipertrofia dell’io quando si gonfia di vento… Si sgomita per riuscire a farsi leggere, per il nome fra i partecipanti di un reading poetico, rinascono caffè che ripropongono una sera a settimana poesia e bignè… E poi si parla della felicità dei tempi. Dei bisogni soddisfatti. Delle rate del mutuo che non si riescono a pagare e gli ipermercati ingoiano folle, le sputano gonfie come palloncini, con il bravo contratto della finanziaria in tasca. Non è il caso di Grieco, poeta dalla vocazione autentica (un termine, vocazione, che entrava anche nel titolo di un suo libro di qualche anno fa) e dall’ispirazione, mi si passi questo termine perché l’hanno usato Dante e Petrarca e Leopardi, e non si scrive solo con l’intelligenza, ma anche e forse soprattutto con la pancia, con il cuore, con la parte interna, un po’ sporca di noi. E attraverso la poesia apprendiamo cose utili. Titolo ironico? Forse, ma sospetto intimamente vero, per il contenuto massiccio ma accuratamente selezionato, perché si propone come una verità, minuscola e per questo utile al trascorrere dei giorni.
Intellettuale consapevole e un po’ smarrito (e chi non lo è più oggi?), dotto e gran maestro di versi, dall’endecasillabo ben temperato che richiama il nostro fluido parlare, al verso libero, ai tanti stratagemmi della retorica, intrigante nei titoli posti a completare il senso complessivo della poesia, Grieco effonde uno sguardo acuto, lucido, a volte tagliente come un rasoio d’acciaio di Toledo, su quanto accade attorno a sé e dentro la visione gli detta.
Un tempo, non tanto lontano, si sarebbe parlato di poesia civile, ma la definizione sarebbe imprecisa e soprattutto incompleta. Certo umori, furori e dileggi, sarcasmi amari su un sole dell’avvenire che non è mai sorto e sulle idee che imputridiscono con le utopie in cui in tanti credemmo, non mancano e sanguigna è la sua ispirazione che taglieggia questi tempi dozzinali, di compravendite.
Confessa in apertura G.G. che aveva creduto davvero che la poesia potesse cambiare il mondo e invece si è ridotta ad un balbettio autoreferenziale.
Sì, è già tanto che surroghi una funzione di sostegno socio-psicologico. Per i tanti.
Ma Grieco sa che è di più. Per lui. Per sua moglie. Per i suoi amici. Per i suoi lettori. Per gli anni che ha dedicato a questa sua “passione”, per i sacrifici, le illusioni e le amarezze. La vita corre nei versi di Grieco come un fiume che corre verso una foce non presentita: “Ha ventitre denti e barba di neve, / anche un cuore di uomo e un occhio che piove”. Ma ha sfide ancora da lanciare. “No, io no. Io ritornerò a volare, / col vento in faccia / fino a togliermi il respiro, / col brivido serrato fra i denti / che sanno di tabacco, / con gli occhi cerchiati di nuvole / che vanno incontro alle stagioni. / Vestito solo della mia pelle, / ripasserò al tramonto e tu / che dalla serra incantata / mi manderai baci / con la punta delle dita. / Ritornerò a volare, / e non ci sarà cacciatore / che mi tarperà le ali.”
Nessuna citazione può rendere giustizia della mole dell’espresso nel volume. Lo stesso Gros-Pietro, che ha pur scritto un’ampia e dotta prefazione, non è riuscito a rendere ragione della qualità e della quantità del contenuto e del referente.
Si legge bene, Grieco. Si legge facile. Ma non è un poeta facile: qualche giorno fa il prof. Bertoni affermava che se doveva leggere 3 volte una poesia per comprenderla, preferiva buttarla nel cestino della carta straccia. La poesia è parola, dunque è comunicazione: polisemica, simbolica, giocata sui ritmi e sui suoni, ma vuole e deve comunicare. Altrimenti occupiamoci di altro. Ecco, di questo libro mi aveva spaventato la mole, ora sono più ricca per averlo letto: ho appreso qualche cosa di utile (e dilettevole).

(Narda Fattori, Nota apparsa, in forma leggermente più ridotta, in Vernice – Rivista di formazione e cultura, A. XIII, n. 37/38, Dic. 2007, pp. 110-111)

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