Pubblicato da: gennarogrieco | gennaio 20, 2008

Liana De Luca recensisce Apprendimento di cose utili

apprendimento_di_cose_utili.jpg La produzione poetica di Gennaro Grieco nell’antologia Apprendimento di cose utili copre un arco di circa trenta anni, dal 1971 al 2001, con alcune raccolte inserite integralmente, come Il Viaggio Virtuale (1992-93), La vocazione e le idee (1994-95), Le Trentadue Ottave (1994-95), Rivus Niger e scritture bastarde (1992), seguite da Poesie inedite (1994-2001) e una scelta di testi giovanili in Carte di apprendistato (1971-1991). Riporta l’autore in una delle numerose epigrafi: Aut prodesse volunt aut delectare poetae (Orazio, Ars poetica, 333). I poeti cioè vogliono o giovare all’animo dei lettori o dilettarli. Il concetto si richiama alle regole della retorica classica, docere muovere delectare eliminando l’alternativa fra l’utile e il dilettevole. E Gennaro Grieco, in accordo, insegna e informa, comunica ed emoziona, diverte e coinvolge, aprendo prospettive di lettura con angolature biografico / psicologiche, offrendo stimolanti possibilità di riflessione e di introspezione.
Che alle spalle della sua posizione di dissenso ci sia una non felice esperienza militante, non ha importanza. La maturazione personale che ne è sortita ha arricchito la sua poesia di una umanità densa e intensa, di una capacità di indagine oltre la fatuità delle apparenze, di una dolorosa coscienza del male di vivere e della impossibilità di eliminarlo, che però non elude il tentativo di purificazione attraverso il carisma della parola. Come nei migliori scrittori, il linguaggio è per Grieco di fondamentale importanza quale fine di ricerca e quale mezzo di comunicazione. “Il mezzo è il messaggio”, diceva Mc Luhan. E per Grieco, come pensa Fubini, il poeta è come un medium consapevole, un tramite capace di rielaborare tutta la contingenza delle cose e delle situazioni che stanno alla radice di un prodotto estetico. Non per niente il termine parola è statisticamente spesso presente nel testo, fino al verso / riga in cui, anche nelle varianti grafiche, viene ripreso il lemma:

Parleranno, parleranno, parleranno, PARLERANNO, parleranno, parle…
…ranno ancora

Una conferma delle vaste e varie esperienze culturali dell’autore si ha nelle numerose citazioni che vanno da Montale, Quasimodo, Luzi, Scotellaro, Fortini, agli stranieri Kerouac, Neruda, Marina Cvetaeva, Ritsos, Majakovskij, Brodskij, Borges e molti altri fino ai Canti degli Indiani d’America. Ma anche più convincenti appaiono i rimandi intertestuali, come rielaborazione personale di versi, emistichi, immagini, che sono sì, omaggio all’autore, ma che assumono diverse denotazioni nel nuovo inserimento. Basti questo illuminante esempio in cui la matrice di Cesare Beccaria assume un ruolo di attualità: “di facce tante ormai ne sappiamo, / e dei delitti e delle pene, / e di quanti sciocchi destini”.
La divisione di ogni sezione in parti, rimarcate dai titoli evidenziati in pagina bianca e con sottotitoli che completano anche i titoli delle poesie, quasi per una necessità di maggior chiarezza o di alternativa di lettura, la datazione di ogni composizione, imprimono al testo una struttura scientifica ripresa nella ricerca metrica. Accanto all’endecasillabo, che si modella secondo una riconoscibilità di tradizione (ma non mancano i casi di accentazione novecentesca), affiora talora la dolce musicalità del settenario o addirittura di misure minori, ma anche s’impongono le misure lunghe di versi spesso compositi. Le strofe sono libere, raramente sostenute dal gioco della rima, ma in qualche occasione in forma di poesia visiva. C’è qualche caso di allitterazione, di anafora, di iterazione, di acrostico, di correlativo oggettivo, di prosa poetica. Quest’ultima soluzione non può non richiamare i Canti orfici, ma l’atmosfera di Dino Campana avvolge con la sfumatura cromatica del viola e si delinea nel clima mitico / magico che assorbe il realismo di superficie posto a pudica metafora di inquieti e inquietanti conflitti. L’autore non è in armonia con il mondo, o meglio con la società che lo circonda, e, se la causa dello scontento è stata ormai accantonata, gli effetti si ripercuotono su ogni apprendimento di cose utili.
Anche la costante della natura, che è vista in apposizione georgica, diventa pretesto per esprimere l’insoddisfazione e la sottesa ribellione contro le serpi che “si atteggiano in nicchie al sole”. In questa dimensione la figura del padre, “bracciante esuberante e ulteriormente santo”, diventa emblema di lavoro sudato e faticato, soprattutto sfruttato, esempio al figlio di dedizione a una libertà inutilmente perseguita. Nella sua scia la madre, “sola due volte e due volte forte”, a cui, assieme al padre, è dedicata l’opera, assume su di sé il carico di controfigura di tutte le donne contadine.
È impossibile elencare le tematiche delle quali il poeta si vale per tentare la sua catarsi esistenziale, o solo enunciarne alcune. Ogni evento, ricordo, previsione, meditazione, offre ottimo spunto per solfeggiare il motivo di fondo, che percorre come vento (topos ricorrente) la raccolta: l’aspirazione a un mondo di pace dominato dalla giustizia. Il dio che possa porre in atto l’aspirazione resta absconditus, ma la ricerca di lui, della sua pietà e comprensione per le umane sofferenze, traspare dalla inconscia preghiera: “Non darmi sulle dita / ché mi fanno male”.

(Liana De Luca, in Vernice, A. XIII, n. 37/38, Dic. 2007, pp. 109-110)

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