Pubblicato da: gennarogrieco | ottobre 4, 2007

Un ritratto nel quale mi riconosco

copvernice36.jpgA proposito di ottobre e di libri che piovono [vedi post precedente]. Nel solito, vano tentativo di mettere ordine fra le cosiddette sudate carte, l’altro giorno mi è piovuto fra le mani uno di quei tomazzi che non vi dico. Una di quelle inutili (e spesso insulse) antologie, insomma, che a distanza di anni uno dice ma come è potuto succedere, ma quale diavolo mi ha cecato. Preso da un attacco di masochismo ho preso a sfogliarla. E a farmi venire la diverticolite non è stato tanto il periodare alquanto improbabile dell’immancabile critico della domenica prestato (insieme a certi “famosi” ugualmente compiacenti che tanto mi verrebbe voglia di sputtanare una volta per tutte) alla causa dell’ennesimo ciarlatano con la fisima dell’editoria e di tutto quanto fa cultura (?). No, è stato piuttosto il fatto che l’emerito… sì, insomma, il critico prestato, proprio non ci avesse preso. Proprio per nulla. E laddove si cimentava, ad es., nella titanica impresa di analizzare un testo come Le serpi si atteggiano in nicchie al sole [vedi qui] (testo ben altrimenti inteso da un suo sodale che in una inaspettata corrispondenza privata me lo definiva “piccolo capolavoro”), finiva col darmi, apparentemente estasiato, del poeta “naturalista”, e vedeva apparire, bontà sua, “tutta solenne la pigrizia, il torpore che per l’appunto, getta l’uomo nel fossato della rinuncia”. Rinuncia? Ma quando mai? Quella poesia ha per sottotitolo (che poi è il vero titolo) Il colpo. E finisce con l’auspicio di un colpo, per l’appunto, “secco sul capo”, “là dove ci vuole”.
Quanto sopra, per dire della sciatta rappresentazione che di un autore talvolta si può fare. Si leggono a volte dei “profili” a dir poco sconcertanti. Ma davvero è tutto relativo, opinabile, soggettivo? Ma davvero nella scrittura, e segnatamente nella scrittura poetica, ognuno può cogliere quello che gli pare? E questi interrogativi, beninteso, pensando non già alla più o meno fitta schiera di lettori occasionali (per la quale, certo, si può mettere in conto una qualche anarchia di pensiero), ma propriamente al lettore avvertito, diciamo pure professionale, quello che, almeno in linea teorica, dovrebbe essere mosso da competenza e onestà intellettuale.
Ma non tutto è sciatteria, per fortuna. Ho appena letto, per es., un profilo che mi riguarda su Vernice – Rivista di Formazione e Cultura, Torino, A. XIII, n. 36, settembre 2007, p. 52, in relazione ad una interessante iniziativa della Genesi Editrice sulla quale mi soffermerò diffusamente nel prossimo post (riguarda anche il mio libro Apprendimento di cose utili). Ed è un ritratto assolutamente attendibile, nel quale sostanzialmente mi riconosco. Eccolo qui di seguito.

part5.jpg Gennaro Grieco, Apprendimento di cose utili. Lucano nativo di Rionero in Vulture, ma torinese d’adozione, con studi e laurea di area umanistica, ma con attività lavorativa svolta principalmente nel settore tecnico-commerciale, nell’ambito di aree informatiche ed editoriali-librarie, Grieco sembra raccogliere l’eredità della poesia ispirata all’impegno civile e politico, che tanta fortuna esercitò in Italia fino a raggiungere i tempi di affermazione della neo-avanguardia del Gruppo ’63. Inizia a pubblicare nel 1991, al di fuori di ogni logica di opportunismo letterario o di ossequio verso le mode, e nell’arco di un quindicennio realizza sei libri di poesia, più un settimo a quattro mani con il fratello Albino, nel dialetto lucano della sua terra d’origine. Affianca all’attività di poeta quella di pubblicista e saggista, con interventi su riviste culturali specializzate, sempre su temi collocabili in area umanistica e sociale. La sua poesia conosce un ampliamento e approfondimento sempre più marcato. Impegnato lungo il viaggio di riconoscimento dei bisogni primari dell’uomo, come in un’eco della critica marcusiana alla società dei consumi, Grieco si orienta verso un rapporto stretto con la propria terra e con l’ambiente umano da cui deriva; diviene un valorizzatore delle tradizioni folcloristiche e popolari, e sviluppa una poesia sostanzialmente concettuale e ragionativa, fortemente argomentativa, orientata ai due fuochi, quello della polemica combattiva e quello della dialettica materialistica. Elabora un linguaggio poetico franto e rigoglioso, arricchito di neologismi, di strappi alla tradizione, di recuperi impervi di termini arcaici, mette in piedi un lessico entropico ed evanescente, sulle ali di un sogno espressivo totalizzante e inappagato. (Da Vernice, n. 36/2007).

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