Pubblicato da: gennarogrieco | settembre 11, 2007

Un autore cento antologie – 6

web-antcitturin.jpg       Vedo, da una rapida scorsa delle prime cinque puntate, che questa storia delle antologie, nata in maniera del tutto estemporanea e quasi come una sorta di riempitivo agostano, ben si presta alla chiacchiera, all’aneddoto, insomma all’annotazione atta in qualche modo a delineare un percorso, ovvero il quadro (luoghi, persone, eventi) entro il quale mi sono trovato ad operare in oltre tre lustri di attività poetica. E allora sentite questa: è la storia, incredibile, di un premio letterario che mi vede, nel giro di tre edizioni, dapprima semplice spettatore, poi partecipante al meglio (e cioè vincitore assoluto), infine membro della giuria. Ma la vera curiosità, tra l’altro molto istruttiva, è un’altra e la scopriremo più oltre.
Dunque, siamo nel settembre 1991 (e quindi ad oggi giusti giusti sedici anni): leggo sulla pagina locale di un quotidiano torinese della cerimonia di premiazione del Premio Nazionale di Poesia “Città di Torino”. Come frequentazione di ambienti letterari (o presunti tali), ero assolutamente agli inizi, e non avevo ovviamente alcuna esperienza diretta di simili evenienze “premiaiole”. Decido quindi di fare una capatina, ipotizzando un qualche valore per  una manifestazione che, già nel nome, si proponeva di rappresentare non una Roccacannuccia qualsiasi ma la (allora) terza metropoli d’Italia e, per di più, in una sede certamente di prestigio come l’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino. All’arrivo, resto in particolare sorpreso dal numero, considerevole, di persone presenti. Erano arrivate da ogni regione, e ciò, con ogni probabilità, era dovuto alla formula del Premio: la giuria tecnica si limitava a proporre una rosa di finalisti e poi, in sala, il pubblico presente definiva col suo voto la graduatoria finale. Così, io stesso partecipo al voto. E con buon occhio (o naso), devo dire, perché la mia scelta cade proprio su colui che poi sarà proclamato vincitore, un certo Marcello Ariano di Foggia. Comunque prendo qualche appunto e me ne torno a casa. Con questa impressione generale: nulla di trascendentale.
Tarda primavera 1992: esce il nuovo bando del “Città di Torino”, quello della 7a edizione. Nel frattempo avevo acquisito, in pochi mesi, un minimo di confidenza con quella che man mano mi si presenterà agli occhi come una vera e propria Premiopoli nostrana. Uso il termine ‘premiopoli’, beninteso, solo per dare idea di una pratica, quella di organizzare concorsi e concorsini, assai diffusa (praticamente all’ombra di ogni campanile), e quindi senza giudizi di valore e tanto meno negativi (ché, quello di sparare a zero sui premi letterari, è sport nazionale dei più facili che lascio volentieri ad altri, a quelli che cascano dal pero: qui il discorso si farebbe lungo, molto lungo, e mi limito a dire che in tanti anni un’idea me la sono fatta, e cioè che a parlarne male di solito sono quelli che non li vincono, i premi). Pur con qualche perplessità, che non sto qui a dire, decido comunque di partecipare a ‘sto benedetto “Città di Torino”. Con una sola poesia, scritta proprio in quei giorni. E che già dal titolo, Epitome, era tutto un programma (poi il titolo definitivo sarà Chiuderò. E inghiottirò l’unica chiave, restando Epitome come sottotitolo). Una scelta indubbiamente azzardata, visto l’andazzo lirico-ruffiano di certi ambienti premiaioli. Ma che mi valse il primo premio, direttamente dalla giuria tecnica (da quella edizione, infatti, niente più giuria popolare), il mio primo ‘primo premio’, giusto nella mia città d’adozione.
Inizio estate 1993: Ernesto Vidotto, direttore del Centro Studi che organizzava (e credo organizzi ancora) il Premio, m’invita ad entrare nella giuria del “Città di Torino”. Accetto. Perché sul momento mi sembra un atto dovuto (un lavoraccio, però; che si ripeterà solo l’anno successivo; poi vedrò bene di defilarmi). Ricordo ancora l’ultima riunione di noi giurati, una bella sera di tarda estate, in una saletta riservata al piano superiore di un bar di Via Po, mille fogli variamente (e vanamente) scritti e tutta una rassegna di bibite e gelatoni colorati… Alla fine della seduta ero stanco ma contento (a differenza degli altri amici giurati, io avevo il “dovere” di trovarmi un degno successore…). Ero riuscito a mettere d’accordo il resto della giuria sulla buona cinquina finale e, soprattutto, sull’ottimo testo classificato al primo posto. Prendo quindi io stesso il telefono e do i numeri delle poesie classificate a Vidotto, che teneva la segreteria del Premio. “Se mi dai qualche secondo”, mi fa, “ti dico a chi corrispondono quei numeri… Dunque, la poesia prima classificata è di Alfredo Rienzi di Torino… Certo è incredibile… guarda, non dovrei dirtelo… ma è incredibile! Rienzi è quello che l’anno scorso forse si è speso più di tutti per la tua vittoria…”. Ah, però!, faccio io. Superfluo sottolineare, naturalmente, che l’esame dei testi era anonimo. E, soprattutto, che io e Alfredo Rienzi, uno dei poeti che nell’odierno panorama più apprezzo, non ci conoscevamo assolutamente.
Un episodio, quest’ultimo, che come più sopra dicevo può essere molto istruttivo. La dice lunga, infatti, sulla faciloneria con la quale a volte ci si può abbandonare a ogni sorta di illazione a proposito dei premi. Perché se aggiungessi che Rienzi, proprio come me, è sì torinese, ma lucano di nascita, e per giunta, anche lui, della splendida terra del Vulture (lui di Venosa, la città di Orazio, io di Rionero), beh…
 
Di seguito, comunque, la poesia vincitrice del “città di Torino” 1992, tratta dall’antologia che ne raccoglie i lavori. È stata pubblicata nel maggio scorso anche su Erodiade, ma soprattutto la potete seguire nella mia lettura nel video del post precedente (è la terza).
 
Aggiungo solo che per quanto riguarda la prima annata siamo a posto. Per il conteggio delle antologie, voglio dire. Ne ho contate 13. Dalla prossima puntata passeremo in rassegna il 1993.
web-copilviavir.jpgChiuderò. E inghiottirò l’unica chiave
(Epitome)
 

Che mi cerchino, cercatori di aghi,
gigioneschi figuri dai sigari mozzati,
romantiche canaglie di terre perdute
dove l’unico orizzonte certissimo
è la polvere della fuga: che mi cerchino!
Che mi cerchino spostando di lato l’ombra
di nasi adunchi e grassi e mascelle prominenti
segnate d’urto da schiaffi eloquenti,
lanciando oltre lo sguardo presbite
presbiteriani anatemi a mo’ di esca
– pacchiana speranza, invero, oh santa coerenza! –
e viscide lusinghe condite
di bava rafferma agli angoli di apertura vorace
di bocche ermafrodite
: pirateschi codardi, plantigradi sciatti e molli,
manutengoli d’accatto
al mercato nero istituzionalizzato…
che mi cerchino, che mi cerchino ancora!
Onnivori malaticci agli arresti domiciliari,
tracannatori vampireschi di sangue immunodeficiente,
gran drittoni alle vitamine e cenerentoli in carrozza
con l’abito stirato delle trecento feste all’anno,
ragionieri improbabili di finanze puttanesche
e carpentieri dell’insulto con lo scudo dell’indulto,
giocolieri e funamboli nella giungla spopolata e muta,
licenziosi e ammicanti nei bordelli di questura…
che mi cerchino, sai che paura!
Venite, venite a prendermi nell’intrico aspro,
questuanti di quartiere e vocianti gutturali,
commedianti senza scena e venditori di almanacchi,
servette depilate e gaie monetizzate – o iorizzate? –
sciacquette d’inguine capace senza soluzione di continuità!

Chiuderò. E inghiottirò l’unica chiave
dopo aver speso – beninteso – l’ultima pigione.
Guadagnerò sterpaglie, raccoglierò erbacce incolte
ammorbato da fieno ammuffito da cattiva stagione.
E mi calerò. E mi ci calerò.
E non mi troverà nessuno!

21 giugno 1992, solstizio di estate piovosa

AA. VV., 7° Premio Letterario Città di Torino – Edizione 1992, Edizioni Cultura e Società, Torino, 1992.

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Responses

  1. Ti ho già scritto ieri sera, ma il sistema sputa via tutto e non lascia traccia dei miei passaggi. Chissà che fine faranno i post che si incagliano nella rete!
    Ti dicevo che ho apprezzato la godibilità di questa “memoria” sul premio torino e anche il testo per la potenza e la forza espressiva che lo sostanzia.
    Ero passata inoltre per comunicarti che l’intervista è finalmente su LucaniArt (bella ed esauriente in tutto)
    Ti abbraccio caramente, buon fine settimana
    mapi :-)

  2. Cara Mapi,
    leggo solo adesso, di ritorno da una breve s…montagnata a Livigno, in Valtellina, quasi Svizzera…
    Grazie grazie grazie. Per il passaggio e la testimonianza sul post, ma soprattutto, ovviamente, per l’intervista e per avermene dato avviso. Speriamo che la legga qualcuno (certo dovrà mettersi comodo, prendersi magari una mezza giornata di ferie…). Comunque io ne darò notizia qui sul blog. Anzi, faccio di più: metto il link in una pagina fissa, permanente.
    Un abbraccio e a presto,
    gennaro

  3. Magari tra qualche giorno, se ti fa piacere, la postiamo anche sullo spazio belledonne. Buonissima giornata a te
    Mapi

  4. Certo che mi fa piacere, Mapi. Ne sarei onorato.
    Grazie e a presto,
    gennaro

    (vediamo se questo commento è – come dovrebbe – il n. 4; hai ragione: c’è una qualche malfunzione in questo blog; mi era sparito anche il blogroll, sono riuscito a ripristinarlo ma non mi aggiorna i nuovi link; strano, è la prima volta in più di sei mesi…)


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