Pubblicato da: gennarogrieco | agosto 13, 2007

Giorgio Poli mi trova didascalico

       Riporto una recensione che mi riguarda, a firma di Giorgio Poli, appena letta sul portale letterario Literary. Annotazioni per nulla compiacenti, come si può vedere, e proprio per questo per me ancora più preziose. Grazie prof. Poli, e le confermo che con l’illustre ragionier Montale, grande poeta ligure di origini apuane, celebrato premio Nobel, baritono mancato col vezzo di sputare nel piatto in cui mangiava, resto, in ogni caso, tuttora in disaccordo – sbaglierò, ma ritengo che la poesia sia cosa seria, e, a ben guardare, mica tanto innocua: sono fatto così.

apprendimento_di_cose_utili.jpg

«Nell’affrontare questo libro occorre vincere il timore reverenziale che promana dalla sua mole di oltre 350 pagine nelle quali il poeta lucano trapiantato nel torinese raccoglie integralmente gran parte della sua produzione poetica (sei sillogi) sotto il titolo omnicomprensivo appunto di apprendimento di cose utili. Proprio da questo titolo, inusuale e un po’ grigio, farei partire questo intervento recensorio. E’ noto che Montale sosteneva essere la poesia attività inutile ma in compenso innocua. Evidentemente Grieco la pensa in maniera diametralmente opposta se, come parrebbe, tale apprendimento riguarda in prima battuta l’autore stesso e poi gli eventuali lettori. Siamo dunque nell’ambito di una poesia avente una funzione didascalica fuori dal tempo? Verrebbe fatto di pensarla così e così in qualche modo è poichè l’autore in una importante nota prefatoria (Stante la sostanziale illusorietà della lotta politica) scrive: “Credevo davvero che con la poesia si potesse cambiare il mondo”. Credenza a cui perviene dopo aver pensato e sperato di poterlo fare con l’impegno politico. E più sotto: “La poesia è innanzitutto concezione del mondo, è ricerca incondizionata di senso, è modo di ripensare l’uomo…”. Da tali idee scaturisce naturalmente quella funzione didascalica, di utile apprendimento, di cui si discorreva sopra.

Il volume è aperto dall’empatizzante e illuminante prefazione di Sandro Gros-Pietro che, intravista una cifra critica unificante (l’epica del quotidiano), delinea i motivi ispiratori di questa poesia (il dramma della natura degradata, la depravazione dell’uomo e la conseguente esigenza di un recupero d’integrità, ecc.), le sue ascendenze culturali (la questione meridionale, la figura di Rocco Scotellaro) e i risvolti biografici necessari a spiegarla (l’impegno politico e civile nell’ambito della sinistra e il progressivo distacco) ma anche le caratteristiche specifiche del linguaggio con cui si dà. Si tratta di un lavoro di scavo fondamentale per entrare in un mondo interiore e poetico assai complesso e variegato, di cui si può certamente dire che tende a chiudersi a riccio.

La mia attenzione di lettore è stata particolarmente catturata dalla sezione Rivus niger e scritture bastarde (scritta nel ’92 ma edita due anni dopo) che contiene due lunghi componimenti che oltre ad essere notevoli per sè sono esemplarmente significativi di due importanti modulazioni tematico-espressive del Nostro, quelle capaci di produrre esiti pienamente convincenti. Nel poemetto Rivus niger, articolato in quattro parti secondo una scansione temporale dettata dalle stagioni dell’anno, opera una memoria intenerita che riporta alla fervida infanzia di Rionero (latinamente appunto rivus niger) in Vulture, erigendo al contempo il monumento ad un civiltà contadina irrimediabilmente scomparsa. In Logorrea (di ruvidi intellettualismi si muore) invece si abbandona l’endecasillabo precedente per adottare una struttura singolarissima fatta di versi irregolari (ora contratti ora distesi: neoavanguardia docet) raggruppati in liberissime strofe quanto mai atte a mimare il contenuto conseguendo effetti iconici straordinari. Qui l’estro di Grieco la fa da padrone e l’ironia e il sarcasmo si appuntano su vizi e vezzi sociali ampiamente diffusi (si veda il titolo e il sottotitolo). Un divertissement certo, ma godibilissimo, che attacca la mania logorroica di certi ambienti politici, perlopiù di sinistra, che il Nostro conosceva bene per assidua frequentazione.

Intelligenza acuta, dialettica, graffiante e inevitabilmente polemica quella di G.G. C’è però da chiedersi se il linguaggio in versi gli si addica. Una volta scelta la direzione di marcia di una poesia ragionativa, dialettica, antilirica (con qualche eccezione come il sopra citato Rivus niger) la risposta è senz’altro positiva. Ma non va dimenticato che su questo terreno si corre il rischio di cadere nell’intellettualismo manieristico e che la poesia è anche qualcos’altro». Giorgio Poli, Literary, nr. 8/2007.

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Responses

  1. […] Una nuova rivista: Polimnia  Proprio nuova non è, essendo giunta al terzo anno di pubblicazione. Però, anche se ne avevo sentito parlare, personalmente non la conoscevo. Parlo di Polimnia, la rivista fondata e diretta da Dante Maffìa. Nei giorni scorsi mi è arrivata copia dell’ultimo numero, per la precisione il n. 11-12, luglio-dicembre 2007. In bella veste editoriale, esce per Lepisma, la giovane casa editrice che fa capo allo stesso Maffìa. In quest’ultimo n., di 96 pagine, un Editoriale a firma di Daniel Cundari; un Ritratto di Giosue Carducci, con testi di Sabino Caronia, Dante Maffìa, Gennaro Mercogliano, Gabriele Di Giammarino; una sezione di Saggi, fra i quali segnalo Alcune riflessioni sulla poesia di Marcello Marciani di Achille Serrao e Attraverso il presente di Remo Pagnanelli di Maria Lenti; Pagine di Poesia, dedicate a Francesco Lioce, Monica Murano, Elena Salibra; una sezione di Recensioni; infine un curioso intervento (non so se sia una rubrica fissa) di Grazia Furferi dal titolo La poesia in cucina, con tanto di ricette. Nutritissima la sezione dedicata alle recensioni: ben 54 distribuite in una metà buona del fascicolo. Fra le altre, anche quella di Giorgio Poli dedicata al mio volume Apprendimento di cose utili, già riportata su questo blog qui. […]


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