Pubblicato da: gennarogrieco | luglio 1, 2007

RIVUS NIGER – parte terza

 Rivus Niger – III

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Cociori asprigni di ferite al sole
mi sovvengono di Estate bambina;
ché si avvertiva nelle gole secche
e nelle narici al pari raspate
l’afrore dei campi alla mietitura,
fra stoppie prese da fuoco alla resa
di affilate falci come in concerto
mosse da ansie di prossimo ristoro
di bevute di aglianico a cannuccia¹,
carezze di velluto sull’arsura.
Nemmeno le corse di giorni pieni
– inseguiti da paure di serpi
sorprese nel rovello dell’amore –
e le precoci fatiche di gregne²
trascinate con forza dell’orgoglio,
nemmeno le tenere follie, dunque,
di avventure inventate sul momento
– novelli indiani d’America in armi
improbabili di spighe di grano,
o improvvisati stregoni con danze
a invocare lo scroscio di un minuto –
piegavano al men che volgare rango
di umile paglia per i nostri circhi
le rachidi mutilate di fresco
e in posa dignitosissima ancora
: steli implacabili, ritti, pungenti,
forti di terra forte che a sé tiene
– lo so ben io che vi ho salde radici –
epperò in disputa persino cruenta,
e ìmpari, con ancor giovani carni.

Che fossi già temprato, in altre estati
di più matura coscienza di vivere
la vita soldato? Che già sapessi
di schiaffi vigliacchi e delle ferite
che poi saran piaghe e bruciano ancora?
Soppesavo le pietre dei misfatti
del destino fra case diroccate,
tempravo lance di sambuco verde
negli orti incerti di acque dilavate,
affilavo le frecce, Rivus Niger,
delle mie sacre guerre giovanili,
sui lastroni di lava delle strade
che lucido di afa per lontananza
ricurvava verso l’alto dei cieli
– custodi di sorte – nelle controre
arroventate di cicale astanti;
come cicala, d’estate, bruciavo
ragioni di vita in unica breve
stagione che supremo leva il polso,
marciavo schietto dei miei canti lungo
i cammini di cui si beffa il tempo,
scandivo ritmi privi di scansioni
nelle arie ferme di bassi valloni.

1. Nel dialetto locale lu cannittë è un’appendice di canna, lunga 5-6 cm e di circonferenza rapportata al recipiente (bottiglia, fiasco, barilotto) su cui è inserita, per bere il vino a garganella; 2. Grègnë o, più esattamente, h*règnë: covoni di grano, fasci di spighe appena falciate, legate e lasciate alle spalle dal mietitore, poi raccolte e accatastate prima della definitiva trebbiatura.

Estate, dunque. Aggiornata nei giorni scorsi la testata del blog, non restava che pubblicare la terza parte di Rivus Niger. Appuntamento ora all’autunno, con la quarta e ultima sezione del poemetto. 

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