Pubblicato da: gennarogrieco | maggio 4, 2007

Apprendimento di cose utili – La Prefazione

web-coprid_appr.jpg Prefazione

           Il primo approccio al mondo dell’autore proviene dalla riflessione sul significato etimologico del titolo, attraverso cui si può ricostruire à rebours la versione in greco antico: “imparo cose utili”, ci dice il titolo, ossia manthano chrestos, letteralmente crestomazia, cioè antologia. Quella di Grieco è un’indicazione da homo oeconomicus, che applica il principio edonistico dell’utilità: trarre il maggiore beneficio con il minimo sforzo, cioè fare coincidere la bellezza dell’arte con la misura colma dell’efficacia, del rendimento, dell’operosità, del risultato in termini di opus, fabbrica, costruzione, il nuovo pezzo di realtà aggiunto al mondo per mano dell’uomo, all’insegna dell’utile. L’indole del poeta consiste, dunque, nell’orientarsi verso il versante terragno della poesia e nel promuovere un immanentismo manifatturiero, solido e sodale, illuminato da una marcata vocazione di impegno civile e di difesa dei valori fondanti della vita sociale e politica dell’uomo. C’è un termine che viene subito in mente, a questo punto: l’epica, e da lì, per una breve linea di collegamenti automatici, si giunge di presso alla figura del vate, il sommo poeta animato di spirito profetico, che si rivolge al futuro e si propone come levatrice della storia che si compirà, sentinella d’avanguardia e guida non solo spirituale, ma ideologica e ideale, dell’intera nazione che a lui si affida. Prendendola un poco più sul basso, nonché dotandosi di una buona dose di ironia e di giocosità ludica, Gennaro Grieco intende muoversi esattamente lungo la strada appena indicata: un’epica del quotidiano, edificata a misura del lavoro oscuro dei suoi eroi anonimi, incastonata in uno specifico sociale delineato e descritto con i termini del relativismo storico delle dinamiche di classe, autenticata da un’identificazione di ambiente familiare, da un marchio di verità proveniente dal vissuto o meglio, dalla ricostruzione rispettosa delle proporzioni e dei contenuti della vita nell’ambiente originario in cui lo scrittore è nato. Lui è lucano nativo di Rionero in Vulture, una cittadina collinare posta sulle pendice dell’omonimo vulcano spento, nota per la produzione vinicola dell’Aglianico del Vulture e per la produzione di olio d’ottima qualità, grazie alla posizione climatica e alle fertili terre di natura vulcanica. Sicuramente, nella poesia di Gennaro Grieco, c’è posto anche per un’epica della natura. Infatti, il paesaggio naturale appare affascinante fino al punto di sviluppare una magica maliosità, per essere nel contempo dolce e aspro. È dolce, perché è caratterizzato dalla frondosa selva verzicolante estesa sulle pendici del Vulture e dai luminosi specchi d’acqua dei due laghi sistemati nell’antico cratere del vulcano. Ma è anche aspro per la petrosità del Rionero, per la terra bruna di origine vulcanica, per la semplicità degli abituri agricoli, per la muta e secolare fatica dei contadini, che nel tempo e nei luoghi eletti da questa mirabile poesia si rendono sia testimoni sia interpreti delle metamorfosi paesaggistiche dell’ambiente naturale. La natura, è, dunque, un personaggio autonomo nella poetica di Gennaro Grieco. Lo è in modo epico, quasi eroico, attraverso il dono generoso e fiero dei suoi immensi scrigni di vita e di mistero, in cui i contadini scavarono quasi a mani nude l’acquartieramento civile in quell’eden di ieri, oggi sempre più minacciato dalla inciviltà dello spreco e dell’iperconsumo. C’è nella tensione poetica di Grieco il disperato dramma della natura chiamata a testimoniare la minaccia del degrado o meglio dell’aggressione subita dal comportamento predone degli uomini. Sotto questo profilo, si può dire che Grieco eredita una sensibilità tutta lucana a favore della natura che ritroviamo già in nuce nei due più noti poeti di quelle terre, precisamente in Albino Pierro, originario di Tursi, e in Rocco Scotellaro, nativo di Tricarico. Dei due, il primo è certamente più votato a scandagliare gli abissi lirici dell’animo umano; il secondo, invece, è più portato a cercare una logica di apprendimento dell’operare sociale umano, per denunciare le ingiustizie, le deformazioni, le deviazioni inammissibili, gli scandali di violenza che vengono consumati nella storia spicciola di tutti i giorni a danno dei più indifesi. Ed è precisamente lungo questa linea di gusto e di impegno culturale che si sviluppa la produzione artistica di Gennaro Grieco, il cui imprinting, trasmessogli dal padre, consiste nella partecipazione politica alle vicende di riscatto sociale dei diseredati del meridione. La questione meridionale, anche nella sua portata di pagina storica di valore patrio e nazionale, è sicuramente la madre di tutte le battaglie ideologiche di questo poeta. Lo è nell’elezione a simbolo di uomo giusto che egli fa di Giustino Fortunato, illustre concittadino apparso ancora in epoca borbonica, precursore di quell’impegno per il Meridione che poi svilupperà Gaetano Salvemini. Fortunato pose in modo inequivocabile la questione delle condizioni delle popolazioni del Sud sotto gli occhi del primo ministro Giuseppe Zanardelli, ospite nel 1902 a Palazzo Fortunato, la signorile magione sita nella piazza principale della cittadina. L’uomo giusto – dal quale è utile apprendere – è, dunque, colui che si batte per riscattare dalla disperazione della miseria gli sconfitti della lotta di classe, coloro che hanno perduto tutto e che sono stati derubati di ogni avere dalle classi più ricche e prepotenti. Politicamente, questo archetipo di uomo giusto, si colloca in un’area dapprima storicamente socialista, e poi, dopo la fondazione gramsciana del 1921, divenne una pertinenza del partito comunista: è stato questo, si diceva, l’imprinting che Gennaro Grieco ha ricevuto dal padre, noto e generoso esponente comunista cittadino, scomparso prematuramente quando il nostro poeta era ancora adolescente, ma già capace di ricevere il dono dell’eredità paterna come un’elezione all’impegno e alla probità. Una linea di lettura di queste poesie, così libere e autonome dagli stilemi e dalle tendenze delle mode, potrebbe essere quella della tematica familiare che filtra nei versi e che ha la sua scaturigine nelle idee del padre, ma che poi si trasferisce nei gesti sicuri, lenti, consumati dall’abitudine della madre, la provetta cuoca che delizia figli e coniuge con manicaretti e altre leccornie, per allargarsi, infine, a spirale verso la sporade dei parenti, degli amici, delle figure anonime della città e dei campi, tutti eroi senza celebrità, ma ognuno possessore di un’autentica carica di vita, e che, riuniti insieme, compongono l’intricata rete della grande famiglia poetica di Gennaro Grieco. Il marchio di questa epica, allora, è sì quello familiare, ma non nel senso di saga dinastica, bensì nell’accezione del racconto d’ambiente, vitalizzato da un intreccio febbrile di figure vivide e straordinariamente umane. A specchio di questa umanità, operosa e manifatturiera, che è dedita alle cose utili, il poeta colloca la sua ricognizione intorno al significato della vita e alla ricerca dell’identità. Egli non sarà come Narciso che vanamente s’innamora dei contorni fisionomici del suo viso, ma cercherà invece l’affinità elettiva e l’innamoramento profondo con i contorni dell’anima che lo coniugano al rosario di cose utili che la gente semplice sgrana quotidianamente. Il suo sarà un lungo viaggio e lo porterà imprevedibilmente lontano, lontano dalla sua città e da se stesso, per poi ritrovare, mirabilmente, se stesso, nel vivo ricordo evocato della sua città. Anche poeticamente il viaggio di apprendimento di Gennaro Grieco ha lo spessore di una distanza assai considerevole, tale da presentarsi come la “minima epopea” che dura ben trent’anni. Si badi che l’espressione di minima, riferita a epopea, non vuole affatto avallare un’accezione riduttiva ovvero di scarsa significanza, ma al contrario intende sottolineare che la storia è raccontata, verghianamente, ponendosi dalla parte dei vinti, cioè assumendo apertamente l’atteggiamento partigiano a favore di chi ha svolto o tuttavia sta svolgendo un compito “minimo” all’interno del grande opus civile prodotto dalla storia. Il viaggio comporta anche una dimensione fisica di trasporto reale, perché il poeta lascia la città natia e si trasferisce al nord, forse per inseguire un giovanile ed evanescente amore. Meno evanescente, invece, è il suo nuovo radicamento nella città più operosa e manifatturiera d’Italia, quella tale Torino industriale, che con i suoi consigli di fabbrica alla Fiat fu già al centro della meteora gramsciana. Ma i tempi sono molto cambiati e la storia ha avuto corsi e ricorsi imprevedibili. Nella contemporaneità, i comunisti non vengono più privati delle libertà personali e non sono più rinchiusi fino ad ammalarsi nelle carceri fasciste, ma al contrario occupano la poltrona di sindaco della città subalpina, simbolo del capitalismo italiano, e sono forza egemone della politica, guidano la nazione, sono al centro di una complicata rete affaristica e finanziaria, ispirano le arti, il cinema e la letteratura: in una parola gestiscono il potere. Ecco, allora, lo spaesamento cui va incontro il poeta che cerca l’archetipo di uomo giusto da celebrare nei versi, fino a farne un custode dei valori nazionali: egli sa che tale uomo deve collocarsi dalla parte dei vinti, ma vede anche ciò che è sotto agli occhi di tutti come fosse il re nudo che tutti fingono di non vedere, vede cioè che i vinti di ieri sono divenuti i vincitori di oggi; oggi i vinti viaggiano sulle auto blu dei politici e seggono sul velluto rosso delle sedie dorate già dei Savoia a Palazzo Comunale, e sono padroni di quella città che continua a essere il simbolo più puro, autentico e crudo del capitalismo sfruttatore dei lavoratori sottopagati, come lo era ai tempi dei fascisti, cioè in quella tale Torino che Gramsci aveva individuato come cellula d’avanguardia dell’emergente potere operaio. Di fronte a questo insoddisfacente esito storico dell’evoluzione socialista e comunista, il poeta decide di spaiare le carte e di gettare all’aria la logica della lotta di classe fino ad allora perseguita con tanto accanimento di impegno intellettuale e morale. Il poeta – il nostro poeta, dicasi Gennaro Grieco – si affida da un lato all’ironia e dall’altro all’invettiva. Si arma, cioè di una terribile spada a doppia lama, in grado di tagliare sia di dritto sia di rovescio e inizia il suo focoso lavoro di pulizia del territorio. Ce n’è per tutti. Il poeta non rispetta salvacondotti, non riconosce tessere di partiti, non accredita dichiarazioni nominali di appartenenza alle partigianerie storicamente qualificate: a tutti risponde di punta e di taglio, con lo stesso pennino castigatore. Contemporaneamente, smette l’abito sciamano del profeta-vate e indossa quello più umile ma più utile del testimone a carico, cioè del cronachista che registra il fatto e che ricostruisce e rappresenta il fenomeno da mandare a futura memoria. Ciò che interessa a Gennaro Grieco è ricostruire da un lato l’immagine della depravazione e dall’altro quella dell’integrità morale. In questo atteggiamento nuovo assunto dal poeta, è possibile scoprire tanto di antico. Vengono alla mente le Allegorie e gli Effetti del Buono e del Malo governo in città e nelle campagne, affrescati da Ambrogio Lorenzetti sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena, nel 1340: i petulanti, che si rivolgevano agli uffici pubblici per ricevere giustizia, prendevano a sassate le raffigurazioni della corruzione e recavano fiori alle immagini del buon governo. La partecipazione popolare alla creatività artistica era molto sentita. Similmente non si può rimanere indifferenti a questi versi che inaugurano un nuovo affrancamento della letteratura dalle consorterie ideologiche e non ci si può astenere dal recare idealmente dei fiori al poeta che lo ha realizzato.
Al centro della rappresentazione poetica, Gennaro Grieco pone il suo viaggio dentro la coscienza del tempo in cui vive; l’esperienza di vita che ne è derivata; la documentazione storica che ha raccolto; l’arricchimento affettivo che ha costruito; la nozione di amore che lo ha ispirato; la funzione della paternità, che ha ricevuto dalla figura mitica del genitore e che ha trasmesso, a sua volta e con altrettanto impegno, ai due figli, ormai divenuti adulti; l’incantamento per la natura e la devozione per la terra natia. Ma più di ogni altra cosa a Gennaro Grieco interessa trasmettere il significato, pieno e profondo, del “tesoretto”, cioè dell’opera morale: costituire lo scrigno che è breviario ed enciclopedia degli elementi essenziali con cui è fatto il mondo astratto delle idee dell’uomo del nostro tempo. Le astrazioni dialetticamente interdipendenti con le concretezze, in una fortificante corrispondenza degli opposti: ecco, dunque, in quale modo il libro di Gennaro Grieco si rende testo esemplare della cultura dei nostri anni e del nostro modo di vivere. L’esemplarità e la rappresentatività si estende, dal contenuto, anche alla forma, cioè al modo espressivo usato dal poeta. Anche per questo verso, ci si imbatte subito in una ripresa della tradizione poetica italiana, fino dai tempi danteschi delle origini, perché ritroviamo l’importanza centrale assunta dall’endecasillabo nella versificazione, cioè nella resa poetica del racconto. Riconoscere l’endecasillabo, or­mai lo sappiamo, significa riconoscere il valore della melopea nel canto poetico, cioè l’importanza di disciplinare il messaggio alle esigenze di un ritmo posato e identificabile, che si ripete come dolce ossessione quasi ipnotizzante nelle orecchie e nella fantasia del lettore. I cantanti moderni di ultimo grido, come l’americano Eminem o l’italiano Giovanotti, definiti rapper, che esprimono il loro messaggio di denuncia e di rivolta organizzandolo in un contesto melodico scevro da fantasie musicali e da virtuosismi dell’ugola, ma concentrato sull’organizzazione del parlato, con un ritmo uniforme e serrato, che si ripete sempre identico a se stesso, in realtà applicano un criterio di controllo metrico della dizione che era già ben presente in Omero, e che passerà poi alla letteratura latina, per esempio attraverso Virgilio, e che sarà la tradizione portante della letteratura italiana, da Dante in avanti. Gennaro Grieco sa benissimo di non essere lui l’inventore dell’acqua calda: ciò che egli intende dirci, insistendo sull’uso dell’endecasillabo, è che l’acqua calda – cioè l’endecasillabo, fuori di metafora – appartiene al novero delle cose utili, di cui è bene apprendere il funzionamento, visto che l’adozione di una misurazione del messaggio idealmente congiunge Omero con i rappers americani, come identici colori di uno stesso arcobaleno che travalica circa tremila anni di storia della comunicazione artistica a sfondo etico-epico. Ma anche l’identificazione dell’eros con la beltà anziché con il sesso non è una novità che appartenga solo a Grieco, visto che Petrarca, sull’argomento, aveva già avuto modo di compiere qualche riflessione: anche questo elemento entra nel novero delle utilities of poetry di cui si discetta nel nuovo mondo, oltre oceano. E la beltà diviene anche il simbolo più rappresentativo e completo della bellezza femminile, come ci fa intendere Gennaro Grieco nelle stupende poesie che egli dedica alla moglie, al colmo di una maturità dell’amore che come agave al sole riserva il suo frutto più prezioso al raggiungimento della pienezza rigogliosa del proprio sviluppo. Infine, va anche detto che il viaggio del nostro poeta non si limita a essere condotto a specchio dell’umanità che egli ha conosciuto nella vita, cosa che già di per sé non sarebbe poca, ma viene indefinitamente dilatato e moltiplicato, come frattale che si riproduce con infinite infiorescenze, dagli incontri che il poeta, infaticabile lettore, ha realizzato nelle sue letture, parte delle quali vengono riproposte per forme alluse nei testi ovvero, digerite e metabolizzate dal poeta, risorgono tesaurizzate e fatte proprie, seppure volutamente riconoscibili come omaggio offerto a una cara memoria della letteratura ovvero sono chiamate a testimonianza negli esergo e nelle epigrafi collocate a margine dei testi, per significare il carattere di dialogo con le voci del mondo che la poesia di Gennaro Grieco rappresenta e vuole diffondere nei lettori. Nasce dalla vocazione dialogica del dettato poetico di Gennaro Grieco la scelta del suo originalissimo linguaggio, che è una elaborazione attenta, studiata a tavolino e pazientemente limata, vagliata e verificata, di improvvisazioni lessicali costruite ad arte, un succedere di neologismi con barbarismi e con arcaismi, in modo da suscitare la sensazione di una parola polifonica e pluriespressiva, vicina all’idioma del dialogo, precisamente, sempre sconfinante nell’improvvisazione del parlato e capace di alternare e di produrre in sé modi di dire totalmente diversificati e inopinati. Ma l’inclinazione a istituire il dettato poetico in forma dialettica non deve autorizzare a pensare che il linguaggio adottato sia basso o addirittura gergale, perché al contrario il nostro poeta si esprime sempre e comunque per forme scelte, sovente confinanti con il puntiglio della ricerca e della raffinatezza. Non si tratta di un parlare in forchetta, ma di un’espressione che è volutamente altra cosa dal linguaggio della comunicazione, che sarebbe logorato dall’insipienza dei luoghi comuni. Gennaro Grieco non è mai comune nel senso di ordinario o scontato, non lo è neppure quando il suo amore per l’improvvisazione ludica lo spinge allo scherzo, al nonsenso, al predicato irriverente o canzonatorio. Infine, va detto che non trova parte in questo apprendimento di cose utili il lavoro poetico che Gennaro Grieco ha dedicato alla poesia in dialetto, esperienza specifica e per ora isolata dell’ampia produzione trentennale del poeta e che è sortita nel Lu cunt’ r’ lu frat’, il racconto del fratello, poemetto di trenta stanze di squisita epica familiare, dedicato alla rievocazione della mitologia casalinga.
La resistenza all’usura del tempo e all’effimero delle mode che ritroviamo nella poesia di Gennaro Grieco, nonché la sua attualità di espressione libera e differenziata, con frequenti ricorsi alla molteplicità dei registri stilistici, dal narrativo al lirico, dal confessionale al filosofico, dal descrittivo al connettivo, rappresentano, uniti insieme, la prova provante della sua grandezza di poeta e della sua capacità di esercitare la parola per caricarla di significati ben superiori a quelli che essa letteralmente esprime, in modo da garantirle una possibilità di rinascita e di ripresa anche in tempi futuri, quando i termini letterali e pedissequi delle corrispondenze tra significanti e significati saranno ben diversi da quelli attuali, ma si registrerà ancora una corrispondenza di intenti e di sbocco sui contenuti e sui valori profondi del messaggio.


                                                                                             Sandro Gros-Pietro 

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Responses

  1. ciao Gennaro, scusa se uso questo spazio per chiederti se hai letto il messaggio in pvt su splinder?

  2. Non l’avevo letto, Iole. Ora sì e ti ho risposto.
    A presto,
    gennaro


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