Pubblicato da: gennarogrieco | aprile 18, 2007

Prova d’autore

   Poi ci sono quelli che stanno bene nella propria pelle.
   Dice: come fai a saperlo? ma basta andare per le strade web-momenti.jpg della città con la curiosità di chi vuol sapere. Ben si sappia che c’è modo e modo di camminare. C’è l’andatura sciatta di chi si trascina; c’è il portamento sorvegliato e pretenzioso di chi si atteggia, di chi ama oltremodo mostrarsi; c’è il passo lieve di chi è solo di passaggio, la testa avendo in un altro mondo; c’è la furia nei piedi di chi ha fretta a prescindere, di chi ritiene di dover mantenere il ritmo perché chissàcosa non sfugga. E c’è infine l’incedere fermo e lineare di chi sta bene nella propria pelle – padrone risultando oltre che di se stesso anche della strada – : anche se di norma non porta scarpe a pois e un cappello giallo, non puoi non vederlo.

   “Lei, lei sì che sta bene!”
   “Prego?”
   “Dicevo che lei appartiene alla fortunata categoria di persone che sta bene nella propria pelle…”
   “Scusi, ma ci conosciamo?”
   “Forse, almeno per quanto mi riguarda. La sto osservando da una buona mezz’ora, vedo come si muove. E so già tanto di lei.”
   “Ma guarda! Mi segue da più di mezz’ora… Cos’è, un maniaco o cosa? Suppongo che in questi casi ci si metta a gridare, a chiedere aiuto… È questo che vuole?”
   “Faccia come crede, se la spavento così tanto. Per conto mio volevo solo complimentarmi.”
   “Senta, ma le sembra questo il modo? Noi non ci siamo mai visti e lei vuole complimentarsi… E poi a che pro? Di cosa? Via, non mi costringa ad essere scortese, abbia la bontà di lasciar perdere!”
   “Oh, nessun problema… Stia tranquilla, la lascio in pace. Però…”
   “Però?”
   “Però, peccato! Una così bella faccia…”
   “Ma guardi che lei è a dir poco singolare…”
   “Non proprio, sa? Non direi singolare… Lo vede, lo vede quel tipo all’angolo… no, non lì, dall’altra parte della strada… sì, sulla destra, quel tipo coi capelli rossi, lo vede? Ebbene, sta facendo la stessa cosa. Voglio dire che probabilmente si sta complimentando, forse con quel signore, magari, che so, per la barba che sfoggia… E dire che sarei ben più fortunato, io, se lei…”
   “O mio Dio cos’è, il nuovo gioco dell’estate? O uno scherzo, una scommessa? Che diavoleria è mai questa… si può sapere?”
   “Certo, che si può sapere! Comunque lei è molto intelligente, sa? Ci è andata vicina… Come le dicevo, lei è una donna che sta bene nella propria pelle. Si vede da come cammina.”
   “Be’, se è per stare al gioco… Magari lei è solamente un po’ matto… Visto che le va di essere assecondato… facciamo dunque finta… e, mi dica, che cosa ha di speciale la mia pelle?”
   “Veramente, la pelle è da intendere in senso metaforico…”
   “Eh?”
   “Sì, insomma, voglio dire…”
   In quel preciso istante gli venne facile esclamare mentalmente un “E ma che cazzo!” E ci stava tutto. La situazione richiedeva uno sforzo supplementare e la sua naturale pigrizia non gli faceva gioco. Ma non mollò la presa. Per niente. Era pigro, ma all’occorrenza sapeva ben conoscere l’occasione, e allora non era facile a desistere. Del resto, provò in fretta a realizzare, se lei avesse voluto scaricarlo non sarebbe arrivata fino a quel punto. In qualche modo era riuscito a incuriosirla e c’era dunque da ben sperare. Comunque poteva già dirsi soddisfatto di non essersi sbagliato. Considerando lo scopo, poteva anzi concludere che ci aveva preso in pieno e che si ritrovava oramai abbastanza materiale su cui lavorare. Era questo il dato importante che senz’altro emergeva già da quelle prime battute. La signora, la giovane signora dal viso disteso, intonso e composto come un lenzuolo nuziale, in effetti stava bene. Per di più dava idea -ah no? – di esserne perfettamente consapevole. Ne era prova il fatto che, pur presa nell’insolito caso, la signora aveva mantenuto prontezza di modi. I quali modi, peraltro, nulla esprimevano in termini di minacce, imprecazioni o quant’altro dello scontato campionario di autodifesa cui i più sarebbero ricorsi. “Splendida, splendida nello splendore della sua pelle”, pensò convinto. E aggiunse forte ai suoi pensieri anche uno “Wuauh!” di contentezza. Obiettivo raggiunto, almeno quello che si era posto. Se c’era spazio per ulteriori obiettivi? Forse, comunque non è materia che qui interessa. Non ora.
 
   L’indomani, al Laboratorio di scrittura, mentre faceva il suo ingresso in aula ebbe come l’impressione di essere atteso. Ancora sulla porta, incrociò – ma meglio suonerebbe un “si trovò addosso” – lo sguardo di quel suo collega di corso coi capelli rossi il quale, nel mentre lo fissava, dava contemporaneamente di gomito al vicino di sedia. Sguardo sul davanti e gomito agitato di fianco: mica tanto casuale, il gesto. Insomma ci mancava solo che saltasse su qualcuno additandolo con un “Eccolo!” Ed è con esattezza ciò che in quel momento gli passò per la testa. Però aveva fretta: nulla, al momento, che potesse valere una cifra di distrazione. Era infatti passato solo per chiedere un “supplemento di indagine”: proprio così gli venne dalla bocca nel rivolgersi, trafelato, prontamente al coordinatore. L’attesa, sempre che attesa – e di cosa? – ci fosse stata da parte dei colleghi, sarebbe rimasta tale e quale. Un’altra volta, forse. Aveva altro a cui pensare. “D’accordo, fai con comodo: diciamo una settimana. Caso mai poi discutiamo in aula proprio la tua relazione: sei sulla buona strada, mi dicono. Buon lavoro!” Dopo le parole del coordinatore, si congedò col solo cenno di una mano e, nell’impazienza di guadagnare l’uscita, con un “Fuori dalle palle!” puramente mentale. Ammiccava anche il coordinatore? Affar suo. Che ognuno pensi ai casi suoi: così anche pensò, senza distrarsi più di tanto, mentre saliva in macchina.
   Un’ora più tardi era seduto al tavolino di un bar. In attesa, all’aperto, nell’aria serale di un martedì di prima estate, giusto al rintocco delle sette. Se ne rialzò intorno alle nove. Per tutto quel tempo, oltre che un paio di bicchieri di acqua tonica e una tazza di caffè ristretto, si era rigirato fra le mani un piccolo mazzo di fiori di campo rimediato a volo da una zingara di passaggio. Se lo portò dietro pensoso, ormai andato a male come la sua speranza di una sera. Ad ogni modo, non si era trattato di un vero e proprio appuntamento, ma di un’ipotesi. Proprio così: solo un’idea da lui infine lanciata, come un amo, come un filo d’unione senza alcuna garanzia che fosse raccolto all’altro capo. Solo che ci sperava, ecco. E poi perchè negarlo? Uno a volte ha il preciso dovere di tentarci. O, no?


   Quello che accadde per tre giorni è presto detto: si diede uno slancio. Insomma una sorta di deroga – e può capitare – alla sua collaudata indolenza. Indagò davvero. Proprio un bel supplemento di indagine. E che fatica! Però doveva, doveva esserci modo. Alla fine, giusto un paio di telefonate e la seconda, quella che magicamente risolse, conclusa con un eloquente “E vai!” quando aveva ancora la cornetta a mezz’aria. Quel venerdì sera uscirono insieme a cena. Poi salirono da lui.
   “Tu sia padrona anche in questa casa”, le disse appena superata la soglia. Poi aggiunse un “Mettiti comoda”, rituale quanto si vuole ma che faceva pur sempre figura. E mentre subito dopo prese ad ingaggiare una guerra di braccio con uno shaker e, per darsi un tono alto, da raffinato, con una bottiglietta di angostura ancora sigillata dal bollino dell’imposta statale di fabbricazione, lei prendeva per così dire possesso dell’ambiente: con risaputa compostezza, lineare nel suo tragitto di cosa in cosa. Posata poi la borsetta, si lasciò tentare dall’invito di una poltrona di pelle nera: davvero un bel contrasto con la sua carnagione chiara e il turchese carico dello spolverino che l’avvolgeva e che di lì a poco avrebbe smesso. Notò, di fianco, un portariviste. Sguardo laterale, vi portò le mani a caso accompagnando il gesto con un impercettibile sospiro di attesa. Dal mucchio di giornali, i più vari, spuntava, anche per la vivacità del suo rosso pompeiano, una cartellina. Era uno di quei comuni raccoglitori di cartoncino, rimediabili in cartoleria, dal quale fuoriuscivano alcuni fogli di carta: tutti ancora in bianco, tranne il primo che in alto riportava l’intestazione Laboratorio di scrittura creativa – Sessione estiva e, di seguito, quella che presumibilmente era la traccia di un tema. Ad essere precisi si trattava di un’Esercitazione n. 5, che così proponeva: Innumerevoli le tipologie umane che la storia del pensiero ci tramanda. Adottando un ordine di classificazione, reinventato o preferibilmente frutto di originale osservazione, verificarlo sul campo, soffermare l’attenzione sull’ideal-tipo specifico che si intende indagare, riportarne, con ampia facoltà di stile, una relazione di max 7 cartelle. Aveva letto senza malizia. A volte, si sa, si agisce senza intenzione. Tuttavia le venne un “Ah!” di getto.
 
   “Ah cosa?”
   “Ti ho subito fatto un po’ artista. Sin dall’altra sera… Un misto di impaccio e di follia, innata curiosità e qua e là sbuffi di un’aria di superiorità, di distacco dispensato ad arte, a mo’ di condimento, attento al dosaggio. Proprio come le gocce di angostura – si chiama così, vero? – che un attimo fa eri impegnato a contare con cura, e direi quasi compiaciuto.”
   “Già! Voglio però sperare che per te non sia cosa grave… Vedi, ognuno si dà una ragione, a questo mondo. O almeno tenta. Ed è giusto che lo faccia. Sostanzialmente dipendiamo da un’idea, dopotutto. Che poi, in altre parole, è l’immagine di un io ideale che dentro ci cresce. E che inseguiamo, nemmeno tanto attenti ai costi perché è ciò che sentiamo, perché, più o meno consci, è in fondo la nostra natura. Uno tenta. E ci si fortifica, credimi…”
   “Hum… Hai già svolto la tua relazione o sei ancora in fase di studio?”
   “Ho tutto in testa. Manca solo la stesura.”
   “Interessante. E… un’anteprima?”
   “Mah! La mia è una tipologia un po’ così… Nulla di scientifico, sia chiaro! Direi piuttosto un azzardo. Ecco, sì, direi proprio un azzardo… D’altra parte mi serve solo come pretesto, la finalità è al limite solo di tipo letterario, e dunque non ci faccio il pane. Insomma, vedi, c’è modo e modo di camminare, io credo. C’è chi…”
   “Mi sorge un dubbio…”
   “No, non confessarlo, ti prego! Personalmente, il dubbio mi affascina. A volte, sai, un dubbio può valere più di mille certezze. Perché ci stuzzica, c’intriga, ci tiene vivi. Mentre una certezza, facci caso, può togliere l’incanto, può appiattire. E ciò che è piatto muore. La morte, vedi… solo la morte in fondo è certezza.”
   Le venne un doppio “Ah!” appena intervallato. Il primo con normale enfasi. Il secondo, più accentuato, di finto stupore. Perchè nel frattempo le si era avvicinato, le aveva tolto il bicchiere di mano, le aveva sfiorato con le labbra il lobo dell’orecchio sinistro, e poi il collo, la nuca, girandola piano, piegandola il giusto: quasi un giro di danza. La prese subito. Da dietro. In piedi. Senza svestirsi. E la signora, la giovane signora dal viso disteso, intonso e composto come un lenzuolo nuziale, si muoveva bene, rispondeva colpo su colpo.
   Fuori era già sabato. Ma questo, lui, non l’avrebbe scritto nella relazione. E nemmeno il resto.


Dal volume collettaneo: S. Calamai Borgioli, M. Cavallero, G. Grieco, L. Mariotti, G. Romano, G. Zucca, Momenti, Collana IL PORTONE/LETTERARIA, Pisa, 1998, che raccoglie i testi vincitori della XIX edizione del Premio letterario “Il Portone” di Pisa, sez. narrativa. 

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Responses

  1. Splendido racconto …

    Ciao Gennaro
    Miky

  2. Dici, Miky? Sei proprio un amico…
    Comunque è ufficialmente il mio primo racconto. L’ho scritto una dozzina di anni fa. Cazzo allora ero giovane, avevo giusto la tua età (se ho ben capito)…
    A presto,
    gennaro

  3. wuauh! fantastico! si credeva di cacciare ma ne divenne preda. il nodo penso stia sul genere di indagine che più interessa. il corso di scrittura può essere lo stesso ma le intenzioni possono spaziare dal bianco al noir.

  4. Grazie di essere qui, M.S.
    Il tuo nome non mi è nuovo, ma vedrò di conoscerti meglio.
    A presto,
    gennaro

  5. gulp! supergulp!! davvero un ottimissimo racconto.
    pulito calibrato splendido nella forma e nella trama. assolutamente fascinoso.
    dal tuo commento a qui. dove mi sono schiantata. scusa ma proprio lo devo.
    strabellissimo!

  6. Iole carissima tu mi fai arrossire (e ce ne vuole, credimi)!
    A presto,
    gennaro

  7. Mhhhh … non ricordo di aver letto la tua età …
    Oltretutto penso che i contenuti non abbiano età ….
    Ahhh … comunque i miei sono 42 … anni ovviamente !!!

    Ciao
    Miky

  8. Sì, esatto: 42. L’ho capito dal tuo indirizzo di posta. Ecco, questo racconto l’ho scritto a 42 anni, cioè dodici anni fa (oggi ne conto ben 54).
    Ciao, Miky,
    gennaro


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