Pubblicato da: gennarogrieco | aprile 13, 2007

Ije sacce ra ndò vènghe e ndò

Nen ng’è abbesugne re nu stèmme mbiétte
pe mustrà próve re l’appartenènze,
o re spìngule frangése pe cchiure
la mècce: ìje sacce ra ndò vènghe e ndò
agge allungà i stevale quanne véne
lu viérne (ng’ére n’addóre re fumiére,
papanonne ca vrunnelave e na fronne
re vaselecóie a lu balcóne; ng’èrene
raglie re ciucce e rumóre re fàuce,
ombre e penombre e fatìh*e preh*óce;
ng’èrene vóce stendate re nu sanghe
ca manghe vulìve purtà la cróce).
Ìje sacce ra ndò vènghe e ndò
m’agge abbendà re bbrazze prima ca
vènene i viérme (ng’èrene bandiére
rosse a lu viénde e na landèrne, vine
nuve ndò la tenèdde e créta h*rasse
sòtt’a i ciambrune che re zah*arèdde).
Ìje sacce: iè sèmbe state lott’amare
(e cèrte nen me putìve fa prèute
sóle pe mètte re h*amme a re càvre
sòtt’a na vèsta nèure e sazziacóre).


Io so da dove vengo e dove

Non c’è bisogno di uno stemma in petto
per mostrare prova di appartenenza,
o di spille francesi per sancire
l’incastro: io so da dove vengo e dove
allungherò gli stivali quando verrà
l’inverno (c’era un sentore di fimo,
mio nonno che brontolava e una foglia
di basilico sul balcone; c’erano
ragli di asini e rumori di falci,
ombre e penombre e fatiche precoci;
c’erano voci stentate di un sangue
che non voleva portare la croce).
Io so da dove vengo e dove
riposerò le braccia prima che
vengano i vermi (c’erano bandiere
rosse al vento e una lanterna, vino
nuovo nella tinozza e creta grassa
sotto gli scarponi coi legaccetti).
Io so: è sempre stata una lotta amara
(e non potevo certo farmi prete
solo per mettere le gambe al caldo
sotto una veste nera e un sazio cuore).

 
Avvertenza: la vocale “e”, se non è accentata, è sempre muta, ad eccezione di quando funge da congiunzione; “h*” è consonante occlusiva sonora e tra due vocali o all’inizio di parola si pronuncia in modo aspirato. 

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Responses

  1. E’ di una bellezza mozzafiato! Grande G.
    Mapi

  2. Grazie di essere qui, Mapi. E complimenti per il reading di Potenza. La morte di mio suocero, il venerdì di Pasqua, mi ha ovviamente allontanato da ogni cosa…
    In questi giorni dovrebbe arrivarti il libro.
    Un abbraccio,
    gennaro

  3. Caro Rocco, leggo con dispiacere di questa tua perdita.
    Stasera al rientro ho trovato la tua Anologia e per prima cosa ne ho respirato il profumo delle pagine nuove ad occhi chiusi… Mapi

  4. Caro Gennaro,
    leggo adesso della tua perdita, e mando a te e a tua moglie le mie piu’ sentite cordoglianze….

    Passando alla tua stupenda poesia, solo ti dico che chi scrive in dialetto ha una marcia in piu’. Nonostante, da buona polentona, abbia potuto leggerla solo in lingua, trovo questa poesia particolarmente carica di significati e di bellezza. Immagino che qualcosa si perda nella traduzione, ma ti assicuro che anche in italiano e’ magnifica.
    Non riesco a llinkarti, ma come vedi ti vengo a trovare….
    Un saluto a te e a tua moglie,
    Daniela

  5. Grazie a Mapi, grazie a Daniela, anche a nome di mia moglie (che ovviamente è ben più provata di me).
    Mapi (nella fretta) mi chiama Rocco, ed il lapsus è del tutto pertinente. Rocco si chiama Grieco ed è lucano come me, ma non siamo parenti e neppure ci conosciamo; è un validissimo artista, linkato qui a lato (www.coriandoli.it).
    Daniela, il dialetto è una ligua carica di futuro (almeno per me, spero). Io sto cercando di recuperare il mio (una gran fatica, credimi, perché come si sa vivo, e da lungo tempo, in tutt’altro contesto) e di affinarlo, prestando una cura particolare proprio alla versione in lingua, che nella mia idea deve avere pari dignità (o quasi).
    Un abbraccio alle mie due amiche,
    gennaro

  6. Non ti avrei più disturbato, se non fra 5/6 anni, ma non ci riesco proprio!Frugando tra le tue carte… leggo questi versi straordinari,ho ancora la pelle d’oca.
    Sposo la tua tesi, il nostro dialetto ha ancora da farsi sentire.
    Attendo fiducioso prossimi lavori in lingua lucana.
    D. M.

  7. Caro Donato,
    non mi disturbi per nulla e sei sempre il benvenuto.
    Grazie per l’attenzione (se face quére ca se póte).
    g.


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