Pubblicato da: gennarogrieco | marzo 12, 2007

VULTUR – Se di un luogo antico la luce cantassimo

copertina-vultur.jpg 

Magari un po’ l’ho trascurato. Ed è (o almeno finora è stato) il destino di tutti i miei libri. Ma che volete, sono come un bambino con l’ennesimo giocattolo: ci gioca per un po’, poi comincia a smontarlo, a ricostruirlo e infine lo accantona da qualche parte; o forse sono un uomo di altri tempi, e cioè a dire: fatta la “conquista”, passa gran parte dell’idillio.

Questo, poi, è un libro che di mio ha molto poco. Sì, va bene, qualche poesia, qualche suggerimento per l’impostazione, ma l’artefice massimo della sua realizzazione è mio fratello Albino. Suo è tutto il resto (foto, didascalie, narrazioni, mappe e carte illustrative), a partire dal progetto e dalla ricerca di finanziamenti. E qui bisogna sottolineare, una volta tanto, la lungimiranza di un ente pubblico, nella fattispecie l’Amministrazione Provinciale di Potenza e, in primo luogo, l’allora Assessore alle Politiche Agricole e Forestali Gennaro Giansanti.

Ma non voglio farla lunga, anche perché questo si prospetta non come un post ma come un postone. Del libro, uscito da poco più di un anno, riporto qui di seguito un estratto del primo capitolo, a firma di mio fratello, e una mia poesia. Poi, magari, lo saccheggerò nel corso dei mesi riportandovi altre chicche, soprattutto alcune foto che andranno (spero) a impreziosire la testata del blog.

Le foto sono ovviamente tratte dal libro: sono di Albino Grieco, che ne detiene tutti i diritti. Quanto al mio testo, è stato scritto di getto a casa mia (allora a Grugliasco, TO) subito dopo aver appreso dell’ennesima scossa di terremoto nella mia lontana, amata terra. Per questo oltre alla data (una costante), ho annotato anche l’ora precisa (caso unico).

VULTUR

Se di un luogo antico la luce cantassimo

   Il cammino del Vúlture iniziò nel quaternario antico, circa 800.000 anni or sono, quando la morfologia tipicamente collinare della zona fu stravolta dalle esplosioni del vulcano primordiale. L’innalzarsi dell’edificio vulcanico sbarrò il corso di un antico fiume, che in quel tempo scorreva nella valle di Atella, dando origine ad uno dei tre grandi laghi pleistocenici (Atella, Melfi e Venosa), dal Professor Borzatti Von Lowenstern denominato Lago Fantasma presumibilmente per la sua repentina scomparsa. Infatti, circa mezzo milione di anni fa l’attività vulcanica, che da esplosiva divenne effusiva, contribuì con l’avanzare delle colate laviche alla tracimazione delle acque del lago di Atella verso ovest e al progressivo ritiro delle acque degli altri due laghi. Dopo che il materiale eruttato si consolidò, queste terre si popolarono di piante ed animali e più tardi dell’Uomo (homo erectus); risale, infatti, a circa 400.000 anni fa il reperto osseo umano trovato in tenimento di Venosa. 

8.jpgDai margini del lago fantasma gli uomini dell’età della pietra osservaronogli ultimi fulgori del vulcano Vultur che man mano andava estinguendosi.

   È proprio al deflusso millenario delle acque lacustri e all’erosione delle acque superficiali che si deve l’attuale modellamento delle superfici terrestri del Vúlture, che l’uomo nel tempo ha contribuito a plasmare. Cominciò così a delinearsi lentamente la morfologia dell’attuale Valle di Vitalba, il cui nome suggestivo deriva dalla fortezza di Vitalba che più tardi diede il nome ad una rarità botanica, la Clematis vitalba, pianta rampicante che da secoli colonizzava i margini dei boschi e dei corsi d’acqua a ridosso dell’antico centro abitato ormai scomparso.

web-10.jpgQuesta valle di “Vitalba”, che un tempo diede i natali al Vulcano ormai spento, stamani è inondata da una sottile foschia che risale lentamente i versanti a sud est, dal Gaudo al Cupero, quasi a rievocare il grande lago quaternario. All’orizzonte ne sono testimoni eterni i Monti appenninici di Pierno (1268 m) e Santa Croce (1407 m).

   Pressappoco così appariva il Vúlture agli occhi del giovane Quinto Orazio Flacco quando, accompagnato dal liberto Padre, dalla sua città natale Venusia, ubicata ad est del maestoso massiccio, si recava nella caldera dei laghi per ammirarne le bellezze di ogni dire. Nel tragitto ebbe modo di attraversare i versanti a sud est della fiumara Arcidiaconata che ospitavano, ieri come oggi, i ceppi dell’antico vitigno Ellenico, antenato dell’attuale Aglianico, che spesso celebrò nelle sue Odi, e di calpestare le terre brune delle folte boscaglie di querce e castagni del lontano e nereggiante Mons Vultur che si eleva al limite con la Puglia: Me fabulosae Volture in Apulo, nutricis extra Limen Apuliae ludo,… (Orazio, Odi, lib. III, 4). Il ruris amator conservò nel cuore queste visioni naturali anche quando, accasatosi in quel di Roma, dovette scegliere la sua dimora per meditare. Offertagli dal Mecenate la Villa Sabina nei pressi di Tivoli, non batté ciglio, se ne impossessò e la rese tal quale al suo immaginario di casa immersa nel verde più intenso, quasi a riproporne verosimilmente la sua terra natìa.

   Il massiccio vulcanico oggi si presenta morfologicamente dinamico nel suo aspetto esteriore man mano che lo si raggiunge o lo si avvicina con lo sguardo; si innalza isolato: cime e valloni, fossi e canaloni solcano queste terre consolidate. La scena del Massiccio è in ogni modo emozionante lungo tutto il perimetro anche se, a detta di molti, il profilo più suggestivo è quello che ci offre la vista da Rionero in Vúlture. Oltre al pittore paesaggista Edward Lear (Ma la prospettiva verso sud, e verso est, è ancora più suggestiva, ed affatto diversa da qualsiasi altro paesaggio italiano – eccezion fatta, forse, per le zone della campagna romana che si affacciano al mare”), a confermare questa tesi, qualche decennio più tardi, fu un altro personaggio eccelso, il geologo Cosimo De Giorgi, che nel 1879 scriveva: “La fisionomia del Vúlture è veramente caratteristica. Ne ho disegnato un profilo da Rionero, città che resta alle falde orientali del monte; di là si scorge il lato più bello e più imponente dell’anfiteatro vulcanico”.

   Ultima, ma non certo meno importante, è la descrizione che il romanziere di Capua, Cesare Malpica, fece del versante nord del massiccio vulturino lo stesso anno della visita di Lear (1847). Al giornalista la vista del Vúlture ispirò una serie di versi affascinanti: “Al nome di Vulcano voi v’immaginavate un monte ispido, nero, nudo, spaventevole. Ah no! Tra tutti i bei monti della Lucania il più bel è il Vúlture. Formando una ellissi, isolato in mezzo agli Appennini s’alza maestoso a dominar la pianura con cinque vette, che s’alzano agli estremi, e decrescon nel mezzo. Per tutta l’ampia base, dalla base alle falde, dalle falde alle cime, questo gigante che un dì atterriva le genti, or le alletta, così è coperto di boschetti verdeggianti, di erbosi declivi, di fecondi frutteti, di folte foreste, così han saputo porlo a coltura e fertilizzarlo gli abitanti industriosi della contrada. Da qual parte guardi dal palazzo di Araneo lo hai sempre davanti; scorgi la sua parte più ridente; ti par quasi di toccar con mano le piante che si alzano su per la china o, se sei poeta la sua vista sveglierà i tuoi canti, che grandi ispiratrici sono le meraviglie della natura”.

   Per chi dai territori fertili e piatti delle Puglie e movimentati dell’Irpinia e della stessa Lucania si accinge a raggiungere le terre del nord della Basilicata, come per secoli hanno fatto i viaggiatori e i guidatori di transumanze, punto di riferimento inconfondibile è senz’altro la conica sagoma del più antico dei vulcani spenti, il Vúlture, museo vivente della nostra storia.

web-66.jpgMai si spezzerà il filo

Terra di fuoco

che risvegli le mie antiche passioni,

con la stessa forza della tua forza

nella notte dei tempi;

dovevo esserci all’inizio della tua storia,

forse nascosto dietro una tua costola,

quella più prossima al cuore che hai grande,

tu che hai grande il cuore;

forse lapillo errante risparmiato alla pietrificazione,

e poi carne e sangue che mi bruciano ancora,

io che brucio anche il pensiero;

o magari a cavallo delle tue scosse,

sull’onda lunga di un fremito antico che mai muore

e che ribolle, che desta e poi attanaglia,

gli occhi sulle macerie alfine essendo più svegli alla tua gente,

io che sono fra la tua gente.

 

Terra di fuoco

che sciogli il mio spirito voluto forte,

temprato dagli eventi della tua stessa storia;

terra di lacrime pietrificate

che riapri le ferite dei lutti che mi hanno mutilato,

che rinnovi la memoria dei giovani amori che sono stati;

terra che tremi atterrita dalla tua stessa forza,

terra senza pace che non sia morte eterna,

terra che ti rivolti in letto precario cinto di spine…

soffia,

inevitabile soffia il vento del ritorno

su quello che di te resta,

sulla tua cenere che copre anche i passi

che furono di mia madre e di mio padre,

quel giorno che tessendo la tela

mi hanno posto all’estremità del filo.

 

Terra di fuoco

che mi hai dato il segno,

io che sono il segno del tuo fuoco;

io significazione del tuo tormento che mi tormenta,

io fremito lontano posseduto dal tuo fremito perpetuo;

io, io figlio,

ti ho sentita anche oggi sussultare

nella paura rassegnata di mia madre sola…

perché soffia,

come spirito perso preso da maledizione tanta,

inevitabile soffia il vento del ritorno

sulla cenere che ancora cova;

terra, terra di fuoco,

terra mia,

mai,

mai si spezzerà il filo che a te mi lega.

26 maggio 1991, h 14,26

Albino Grieco è nato nel 1966 a Rionero in Vúlture (PZ), dove vive e lavora. Libero Professionista, Dottore Forestale Paesaggista, è da sempre impegnato sui temi della difesa dell’ambiente, oltre ad interessarsi del rapporto tra cultura e paesaggio. Ha pubblicato: Da Melfi ai boschi del Monte Vúlture e Il Vúlture e i Laghi di Monticchio, Guida WWF – Il cammina Basilicata, Ed. Ambiente, 1996; Dal Monte Vúlture ai laghi di Monticchio, WWF Rionero, 1996; Verde fluviale per la riqualificazione dell’area industriale di Cogne-Aosta e Progettare il verde: didattica e casi di studio – La Scuola Media G. Matteotti di Torino, 1998, edito dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta e dalla Scuola di Specializzazione in Parchi e Giardini dell’Università degli Studi di Torino; Sentieri naturalistici – Visitare il Vúlture, Comunità Montana del Vúlture, 2005. web-78.jpg 

Gennaro Grieco è nato nel 1953 a Rionero in Vúlture (PZ). Nel 1973 si è trasferito a Torino, dove si è laureato in Pedagogia (Indirizzo Sociologico) con una tesi di sociologia industriale sui processi decisionali in campo economico-produttivo. Risiede a Trana (TO). Poeta e narratore, è anche autore di saggi e interventi critici in rivista. Ha già al suo attivo una significativa produzione poetica, perlopiù in lingua: I percorsi del sentimento (Cultura Duemila, 1991), Suggèsto (Lo Faro, 1993), Rivus Niger e scritture bastarde (Keraunia, 1994), La vocazione e le idee (Venilia, 1995), pubblicazione-premio dell’“Arquà Petrarca” ’95, Il Viaggio Virtuale (Venilia, 1997), Le Trentadue Ottave (Il Fiore Nella Roccia, 2004), ma anche in vernacolo: Lu cunt’ r’ lu frat’ (Il Fiore Nella Roccia, 2003), racconto in versi in dialetto rionerese. Del 1998, nella collana Il Portone/Letteraria di Pisa, è il racconto Prova d’autore, pubblicazione-premio “Il Portone ‘98” per la narrativa inedita.

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Responses

  1. Ciao Gennaro,
    che sorpresa trovare foto e testi del libro partorito da Albino! questo tuo gesto lo riempirà sicuramente di gioia anche perché sarà l’occasione per fare conoscere ad altri il frutto del suo amore per la propria Terra.
    Un abbraccio
    Venera

  2. La sua felicità è la mia (nostra). Perché gli voglio (vogliamo) un bene della madonna. Vero, cara Venera?
    Un abbraccio,
    gennaro

  3. sai che vultur è il nome da cui deriva voltri, il posto in cui abito?

    gianni priano
    giobatta.priano@alice.it

  4. O cazzo, Gianni, ma allora volteggiano avvoltoi, lì a Voltri! Bello spettacolo, non c’è che dire!
    No, non lo sapevo. Sono già così pieno del mio, di Vultur…
    Sono contento di trovarti qui. Sai che ti stimo, per quello che ho letto in rete ti stimo molto.
    A presto,
    gennaro

  5. grazie gennaro.
    gianni priano ( pare che voltri derivi da hasta veiturii. ma, sì, c’è chi parla anche di avvoltoi).


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