Si firma Donato Muscillo. Subito dopo aggiungendo, con una qualche esuberanza, “poeta genzanese” (questo, almeno, ho appurato sul web). Donato (spero) mi perdonerà, ma il termine “poeta” è sempre meglio che siano gli altri, al caso, ad usarlo. Pena il rischio di risultare ridicoli (e questo vale anche per me, evidentemente), perché, davvero, non pare proprio possibile che un Paese possa contare milionate di poeti. Quanto al “genzanese”, sta a denotare che è di Genzano di Lucania (è opportuno distinguere perché c’è anche un Genzano di Roma), un paese di circa seimila abitanti dell’Alto Bradano, nel Nord-Est della Basilicata. È quindi un mio conterraneo.
Bene, Muscillo (nome che nel mio dialetto rionerese sta per “gattino”, “micetto”), è un incontro dell’ultima ora. Mi ha scoperto in un blog amico che dava notizia del mio Storia penace e, come si dice, ha “attaccato bottone”. La cosa non mi disturba affatto (tanto più che si professa mio estimatore). Sappia, però, che io ho la ventura di essere (almeno per queste cose) molto meno esuberante, e che ho i miei tempi, le mie abitudini: davvero difficile che possa derogare. E poi, certo, non sono di quelli che rischiano di rimanere schiavi di un blog, strumento che cerco di usare al minimo, giusto per quello che, in ipotesi, solo in ipotesi, mi può servire. Quindi mi perdonerà (spero) se non sarò puntuale nelle sue sollecitazioni. Non per altro (e certo non per scortesia, caratteristica che credo non mi riguardi), ma è che sono pigro, viziato e… pragmatico (cioè molto poco poetico, se così si vuole intendere, come purtroppo diffusamente e superficialmente si fa, uno tutto nuvole, favole e sogni).
A testimoniargli la mia simpatia, in ogni caso, ecco un’idea, una tantum: gli pubblico, in bella evidenza, la poesia che ha messo (lui ha di questi slanci) in un commento a un mio precedente post (e che quindi rischia di passare inosservata). È un estemporaneo omaggio ai suoi versi, perché Donato, devo dire, ha senz’altro dei buoni spunti. Ed è anche, per me, un esercizio, perché di questo testo ne propongo la traduzione in dialetto fiorentino o italiano che dir si voglia. Una traduzione che lui al caso potrà ovviamente correggere, ma che voglio sperare sia attendibile (la cosa non è scontata: si sa quanto a volte possano variare i dialetti di due paesi addirittura confinanti; nella fattispecie, il suo genzanese ha influenze pugliesi, il mio rionerese ha invece influenze campane: lui, Donato, dice per es. lampasciùne, io direi cëpuddìne, per significare delle specie di cipollette selvatiche che crescono spontaneamente nei terreni incolti, dal gusto amarognolo e particolare, una vera ghiottoneria).
Ecco dunque, signore e signori, di Donato Muscillo (con mia libera, ma attendibile traduzione), la poesia dal titolo Chi sim e chi non sim (Chi siamo e chi non siamo).

Chi sim e chi non sim
Paisà, te putess cuntà i pil ca tin ‘ngul, a ùn a ùn,
e tò me putiss fà la stessa cos.
Qua ne canuscìm tòtt quant,
a chi sènt fèglie tò e a chi sò fèglie ije.
Ma gratta gratta, sottasòtt, sim tòtt cafùn e fèglie de cafùn.
Pur don Cecce Tufanesk, ù farmacèste,
tenìje ù papanònn ca scìje a cecurièdde e lampasciùne.
Pur cafòne ère ù sciabbulatore a caval,
ca ammùzzave i càpere ai bregant,
ca ammùzzave pur i speranz di cafùne.
Pur i nòbbele de chìjse, Marchès de C.,
èrn parint ‘ntrameschkàte ai Doria,
cummerciant e puteàr ‘mbrista-sòlete.
Po’ vènn tutt i cafùn cafùn:
chi ancor se vrevogne,
chi s’asconne,
chi se neke,
chi s’eije già scurdat d’èss cafòn.
All’otm, i bregant cafùn,
chidde ca se t’avinn addògne ke la runcedde,
te sciùppavene pur ù cannanòce.
Pe desperazziòn.
Chi siamo e chi non siamo
Paisà, ti potrei contare i peli che hai in culo, ad uno ad uno,
e tu mi potresti fare la stessa cosa.
Qui ci conosciamo tutti quanti,
a chi sei figlio tu e a chi sono figlio io.
Ma gratta gratta, sotto sotto, siamo tutti cafoni e figli di cafoni.
Anche don Ciccio Tufanesk, il farmacista,
aveva il nonno che andava a cicorielle e lampascioni.
Era cafone pure lo sciabolatore a cavallo,
decapitatore di briganti
che mozzava anche le speranze dei cafoni.
Pure i nobili di chiesa, Marchesi di C.,
in parentela innervata ai Doria,
commercianti e bottegai prestasoldi.
Poi vengono tutti i cafoni cafoni:
chi ancora si vergogna,
chi si nasconde,
chi si nega,
chi si è già scordato di essere cafone.
In ultimo, i briganti cafoni,
quelli che se ti avevano a tiro con la roncola,
ti cavavano anche la gola.
Per disperazione.
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