Pegliame paróle, racime vóce
a chi nen sape parlà e male rìce
lu passe lasche re l’acque a la fóce
: se scuffònne ndò re nnèglie re glie ùmene
e re vvèstije vòlene lu cumanne.
Pegliame paróle, racime vóce,
forte a lu ianghe re chi nen se mbéche,
re chi ngape téne chiocche e sale fine.
(Chìre chìre chìre, ciafagnune,
chiuve nguórpe e càvece ndò i cugliune).
Forti al bianco
Prendiamo la parola, diamo voce
a chi non sa parlare e male dice
il passo largo dell’acqua alla foce
: si sprofonda fra le nebbie degli uomini
e le bestie reclamano il comando.
Prendiamo la parola, diamo voce,
forti al bianco di chi non sa lordure,
di chi in testa ha cervello e sale fino.
(Chìre chìre chìre¹, imbroglioni,
chiodi in corpo e calci nei coglioni).
1. Esclamazione (intraducile) che si rivolge ai maiali tendendo la mano: sta per vieni/venite qua. Avvertenza: se non è congiunzione o accentata la “e” non si pronuncia.







Qui il bianco spinge a cadenze aspre a nette volontà, nella legge che pare dominare: ‘le bestie reclamano il comando’. Arriva tersa. Un saluto.
Da: ossodiseppia su Marzo 1, 2007
alle 5:02 pm
“Pegliame paróle, racime vóce
a chi nen sape parlà e male rìce
lu passe lasche re l’acque a la fóce”
Sono tre versi che corrispondono in toto ad una poetica altissima. Dare voce a chi non sa parlare dovrebbe essere il compito primo di ogni artista/intellettuale.
Enrico
Da: Enrico Cerquiglini su Marzo 1, 2007
alle 10:47 pm
Arriva tersa? Bene – se davvero. Di certo l’ho scritta un po’ a muso duro, e in questi casi la resa, in termini poetici, non è mai scontata. Sono contento della tua visita, Ossodiseppia (Erminia? di Napoli? parlami di te: m’intriga, da lucano, quello Scotellaro nella testata del tuo blog: c’è un nesso?).
Avrai capito che sono venuto a trovarti. E ci tornerò. Grazie e a presto,
g.
Da: gennarogrieco su Marzo 2, 2007
alle 9:08 am
Ciao, Enrico,
felice di ritrovarti. E con che giudizio, poi, così impegnativo!
Non so se è altissima, ma di certo è da sempre la mia poetica. Di certo, credo di poter dire, è anche la tua poetica.
Un caro saluto,
g.
Da: gennarogrieco su Marzo 2, 2007
alle 9:16 am
ti ritrovo in una delle tue vesti che, secondo me, rende bene il tuo taglio crudo, deciso, netto dentro le cose.
nessuna via di mezzo, niente giri di parole, solo il suo puro gorgo.
e la locuzione dialettale che non si traduce ne è la precisa conferma.
grazie dei tuoi passaggi da me.
ciao :)
p.s.
se posso: preferivo il blog della prima impostazione, dove la poesia era centrale e ben visibile.
Da: iole su Marzo 2, 2007
alle 4:19 pm
Ciao Gennaro!
Pensavo che, firmando come ‘anonimo’, non si potesse raggiungere la tua page… come vedi non e’ che sia molto ‘telematica’ :-)
Ti leggo in quella che e’, per me, la veste insolita della poesia dialettale, e devo abbassare tanto di cappello: chi sa scrivere in dialetto e in lingua ha sicuramente una marcia in piu’. La poesia e’ forte, incisiva e limpidissima anche nella versione in lingua e questo e’ garanzia di grande qualita’.
Un caro saluto e a presto,
Daniela
Da: Daniela Raimondi su Marzo 3, 2007
alle 6:00 pm
Rieccomi (scusatemi, mi ero allontanato un attimo).
Solo per un doveroso saluto a Iole e Daniela, che ringrazio per le (troppo) lusinghiere annotazioni.
Iole, la tua osservazione è preziosa (stavo quasi per lanciare un sondaggio…). Ho le stesse perplessità. Una volta deciso per il blog, mi sono fatto un giro e alla fine ho optato per WordPress: un layout bello pulito, senza scritte invasive. Poi però bisogna conciliare i vari aspetti con quello che la piattaforma ti offre. Per me, ad es., il fattore estetico non è secondario. Ma sperimenterò ancora, man mano che imparo nuove cose. Il layout finale (se mai lo potrà essere) è ancora lontano.
Un caro saluto a voi due, belle signore (e anche ai tanti sconosciuti che passano da questo luogo ameno: vedo che il contatore gira alla grande),
g.
Da: gennarogrieco su Marzo 5, 2007
alle 8:03 am
“Pegliame paróle, racime vóce”
EMIGRANTI
Mio nonno e suo fratello (Argentina 1910).
Mio zio Rocco (fratello di mia nonna)(New York 1920).
Zio Canio, marito di zia Gioconda (Lussemburgo 1958),
zio Donato (Germania 1958),
zia Gioconda (sorella di mamma) e i figli
raggiungono zio Canio (1960).
Zia Ninetta (sorella di mamma) con figlia
raggiunge zio Donato(1960).
Zio Tonino(fratello di mamma)(Germania 1960).
Tutta la famiglia di zia Teresa (moglie di zio Tonino)
(Australia 1961).
Mio padre (Germania 1963).
Io, mia sorella e mia madre con papà (Foggia 1967).
« Curae leves loquuntur, ingentes stupent ».
“ Stù chiante me foce ù cannanòce e non trove paròl.
N’ann fatt crepà ‘ncurp, e all’ascurije, pe la vrevogne”.
Donato Muscillo lucano
Da: Donato su Giugno 21, 2008
alle 10:22 am
Nessuna vergogna, caro Donato. Compostezza e orgoglio: questo – credo – e ciò che ci caratterizza (in giro per il mondo).
Vivi ancora a Foggia o dove?
Un caro saluto,
g.
Da: gennarogrieco su Giugno 23, 2008
alle 6:45 pm
Sì, Gennaro, vivo a Foggia e, dono della sorte, da un terrazzino mi godo per 200 giorni l’anno, o forse più,la silhouette del Vulture, a te caro.
Pensa a me, essendo geologo e vulcanologo, con lavoro di tesi effettuato sulle pendici meridionali del Vultur ( etimologicamente (per me) = “che sorge” ) sino al bacino lacustre di Vitalba!
Grazie per la solidarietà.
“Vrevogne” stava per la misconosciuta, azzerata identità originaria e la successiva, faticosa ricostruzione della nuova.
Donato, un amico lucano
Da: Donato su Giugno 24, 2008
alle 7:45 am